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Archivio per giugno 2011

La consulta detterà l’agenda al neo sindaco: “Segnale straordinario per dire basta alla politica di De Corato”. Tra le richieste della Consulta: stop agli sgomberi e ridiscussione del piano Maroni.

Milano – Una consulta per dettare l’agenda al neo sindaco di Milano Giuliano Pisapia. E’ con questo intento che le comunità rom e sinti dei campi nomadi regolari e irregolari si sono riunite oggi: daranno vita a un organo che sarà presentata alla città sabato prossimo a Palazzo Marino. E’ il vento che cambia: a fronte della passata politica di chiudere i campi irregolari e di garantire la sicurezza in tutti i quartieri del capoluogo lombarda, la consulta chiederà alla nuova amministrazione di fermare gli sgomberi e, al tempo stesso, di utilizzare maggiormente le risorse umane dei nomadi.

“Un segnale straordinario – spiegano gli organizzatori – che si accompagna alla certezza che con la nuova amministrazione e l’uscita di scena dell’ex vicesindaco Riccardo De Corato, che aveva fatto dei suoi 540 sgomberi un trofeo personale, si è conclusa una politica che non aveva sortito nessun risultato se non costi sociali altissimi e un grande dispendio di denaro pubblico”. Una delegazione dei 12 membri della Consulta – formalmente nata il 17 giugno – ha già incontrato martedì scorso Pisapia e l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli, mentre è prevista per lunedì una riunione con l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino.

“Queste disponibilità – spiega la Consulta – aprono la strada alla soluzione dei problemi che in questi ultimi cinque anni non si sono voluti affrontare preferendo fomentare la caccia allo ‘zingaro’ per raccogliere i voti della paura nei confronti di una popolazione pacifica e numericamente irrilevante facendo crescere pregiudizi, discriminazione e sentimenti razzisti”. Sono tre le richieste della Consulta: stop a sgomberi “senza soluzioni e senza assistenza”, ridiscussione del piano Maroni e dell’uso dei fondi stanziati dall’Unione Europea e “la valorizzazione delle risorse umane rom e sinte”.

(IlGiornale.it)

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Il comunicato di Ti Media è chiaro: “Interrotte le trattative con Santoro a causa di inconciliabili posizioni riguardo alla gestione operativa dei rapporti tra autore ed editore”. Michele vede nemici ovunque e torna vittima: “Un colossale conflitto di interesse”.

Milano – “Posizioni inconciliabili”. Il canale televisivo di proprietà di Telecom Italia si è già stufato di Michele Santoro. Abboccamenti, mezze frasi, proposte e ora una chiusura netta che lascia poco spazio alle interpretazioni. Il comunicato di Ti Media è chiaro: “Sono state interrotte le trattative con Michele Santoro a causa di inconciliabili posizioni riguardo alla gestione operativa dei rapporti tra autore ed editore”. Dopo settimane di polemiche, anche un editore privato, come Telecom, chiude la porta in faccia al tribuno di Annozero. E Santoro vede nemici ovunque: “E’ l’ennesima prova dell’esistenza di un colossale conflitto d’interessi”.

Nessuno vuole Santoro “Siamo di fronte ad una nuova, eloquente ed inoppugnabile prova dell’esistenza nel nostro Paese di un colossale conflitto di interesse”.  “Improvvisamente – prosegue Santoro – ci sono stati posti gli stessi problemi legali che la Rai pone a Milena Gabanelli e norme contrattuali che noi consideriamo lesive della libertà degli autori e dei giornalisti. Per non tradire le attese del pubblico, ci siamo impegnati a farci carico delle eventuali conseguenze legali delle nostre trasmissioni, ad autoprodurle e a procedere per gradi, senza un contratto quadro, con una prima serie di undici puntate. In questo modo, sia noi che l’editore, avremmo potuto liberamente valutare l’opportunità di continuare la collaborazione”. “Ricordiamo a tutti – aggiunge il giornalista – che il dottor Stella, amministratore delegato di Ti media aveva pubblicamente dichiarato che non c’erano divergenze economiche e che La7 non aveva nessun problema a mettere in onda un programma come Annozero. Un programma che, tra infinite difficoltà e attacchi di ogni tipo, è sempre stato realizzato in completa autonomia. Perchè hanno cambiato idea? Chi ha interesse ad impedire che si formi nel nostro Paese un terzo polo televisivo che rompa la logica del duopolio?” “Per tornare a crescere – conclude Santoro – l’Italia deve liberarsi del conflitto di interesse e di tutti coloro che non hanno avuto il coraggio di opporgli le ragioni della libertà di opinione e della libertà di mercato. Sulla scia del successo di Tuttiinpiedi, con l’aiuto fondamentale del pubblico, dimostreremo presto che un Paese semilibero non ci basta. Tutto cambia”.

Berlusconi: “Santoro mai da noi” E anche il presidente di Mediaset, PierSilvio Berlusconi ha parlato del conduttore. “A pensare a Santoro – ha detto Berlusconi – faccio veramente fatica. Dobbiamo essere aperti a tutte le voci, ci stavamo muovendo per Floris, ma Santoro proprio no. Ormai – ha spiegato – è un politico, che non è una cosa negativa perchè in qualche modo è un fenomeno. Ma andarlo a prendere da un’altra azienda per portarlo da noi, francamente no”.

L’Idv: “Colpa di Berlusconi” L’Idv vede la firma di Berlusconi anche nella decisione del settimo canale: “La notizia del mancato accordo tra Santoro e La7 è la conferma che il regime berlusconiano sta vivendo gli ultimi pericolosi colpi di coda. È chiaro a tutti che l’editto bulgaro emanato dal presidente del Consiglio nei confronti di trasmissioni sgradite a Palazzo Chigi come ’Annozerò non solo è ancora in vigore, ma ha ormai superato il duopolio Rai-Mediaset”, ha dichiarato il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando. La reazione negativa della borsa è immediata. Il titolo Ti Media cede il 3,9% a 0,21 euro.

(IlGiornale.it)

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Panorama rivela i numeri del castello accusatorio della procura di Napoli. Il computer di Bisignani grazie a un costoso virus è stato usato come altoparlante per captare pure i respiri. Intercettate 70mila conversazioni. E la polizia tributaria denuncia: “Le spese sono troppe”.

Più che di intercettazioni si deve parlare di guerra elettro­nica. Per dare l’assalto al pc di Luigi Bisignani la Guardia di fi­nanza ha elaborato una strate­gia da 007: ha inoculato un vi­rus nel computer, un Vaio, del presunto capo della P4 e in que­sto­modo è entrata nelle conver­sazioni del giornalista. Per tre mesi tutto quello che avveniva fra le pareti dello studio di piaz­za Mignanelli 3 a Roma veniva registrato e finiva nei brogliacci dei militari. Nulla è sfuggito al­la caccia: nemmeno uno spillo d’informazione. Le Fiamme gialle hanno raccolto e letto le telefonate, le email, i file. Tutti i messaggi sono stati catturati e decifrati. Per tre mesi il grande orecchio ha captato sussurri e sfoghi, confidenze e sfuriate, proposte e chiacchierate a ruo­ta libera, bla bla noiosissimi e disquisizioni sui massimi siste­mi. Il Vaio che doveva essere il confessionale di Bisignani è di­v­entato un altoparlante punta­to sul backstage della Seconda repubblica. Con molto fumo e poco arrosto, almeno per ora, servito ai magistrati e poi, attra­verso i giornali, all’opinione pubblica. I numeri grandiosi dell’inchiesta sulla P4, scovati da Maurizio Tortorella di Pano­rama , lo confermano.

Panorama, oggi in edicola, dà una cifra riassuntiva da fan­tascienza dello sforzo senza precedenti compiuto dai finan­zieri napoletani: gli elementi raccolti sono 4.415.628. Il tutto fra il 13 dicembre 2010 e il 16 marzo di quest’ anno. Insom­ma, il sistema d’intercettazio­ne del flusso telematico, chia­mato Querela, ha consegnato agli investigatori anche i respiri di Bisignani e dei suoi interlocu­tori. Una radiografia senza pre­cedenti: le indagini tradiziona­li al confronto paiono preisto­ria da museo. Ma la procura di Napoli non si è fatta mancare niente; anche le vecchie, care ci­mici nel telefono hanno dato i loro frutti: da luglio a febbraio, dunque per un periodo più lun­go­di quello sfruttato da Quere­la, i militari hanno ascoltato in cuffia 38mila conversazioni di Bisignani, circa 70mila conteg­giando anche quelle transitate per i cellulari degli altri indaga­ti. Il giornalista è stato seguito e inseguito su una quindicina di utenze diverse. Poi Querela ha completato l’accerchiamento.

Piccolo dettaglio: il cavallo di Troia costa. E il 16 marzo scor­so il comandante del gruppo di polizia tributaria di Napoli Lui­gi Acanfora lo ricorda ai pm, sot­tolineando che da 29 giorni il computer monitorato tace. Per questo Acanfora invita i pm a pesare vantaggi e svantaggi del lavoro alla James Bond: «Valuti­no le signorie vostre l’opportu­nità di cessare le operazioni, considerato l’elevato costo del sistema d’intercettazione tele­fonico ». Ma i pm non hanno tol­to le tende. E l’indagine è anda­ta­avanti battendo record su re­cord. Quattro milioni e mezzo di conversazioni, naturalmen­t­e nel senso più ampio della pa­rola, sono finite nella rete dei magistrati che il 22 luglio ripro­porranno le loro argomentazio­ni al tribunale del Riesame e chiederanno di nuovo l’arresto di Bisgnani per associazione per delinquere, un reato boc­ciato dal gip. I numeri sono im­ponenti, i risultati, al momen­to, modesti.

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Lo speciale di Annozero sembra non piacere più al pubblico di Rai2 che scende al 12,2%. La puntata inizia col solito sermone di Santoro, poi un documentario sulla pesca.

Roma – Michele Santoro stracciato dal Commissario Rex. Lo speciale di Annozero sembra non piacere più al pubblico di Rai2 che, dopo i buoni risultati incassati durante tutto l’anno, scende al 12,2 per cento di share. La puntata inizia col solito sermone di Santoro, poi un documentario sulla pesca.

Rex batte Santoro Ottimo risultato di ascolti ieri, martedì 28 giugno, in prima serata su Rai1, per i due episodi della serie Rex: il primo, dal titolo Minuti contati è stato visto da 3 milioni 467mila spettatori con il 15,19 per cento di share, mentre il secondo Bravi ragazzi ha ottenuto un seguito di 3 milioni 520mila spettatori pari ad uno share del 16,39 per cento. Rai1 si conferma la rete più vista nel prime time con il 16,05 per cento di share. Bene su Rai2, sempre in prima serata, il programma di Michele Santoro Annozero speciale che ha registrato 2 milioni 727mila spettatori e il 12,2 per cento di share.

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Scandalo nel pisano: una giovane segretaria dei Democratici pisani si dilettava anche nella cinematografia porno. Nonostante la mascherina è stata scoperta nel cast del film “E’ venuto a saperlo mia madre” e ha dovuto lasciare l’incarico. Il rammarico dei dirigenti: molto preparata dal punto di vista politico.

Invece che la madre, alla fine, l’ha scoperta il segretario del Partito Democratico. Ed è stato peggio. Divideva la passione per la politica con quella per l’hard, così una giovane segretaria di un circolo Pd della provincia di Pisa ha deciso di girare un film porno. Nonostante la mascherina indossata durante le scene roventi sarebbe stata riconosciuta “confrontando” le immagini del film intitolato “È venuto a saperlo mia madre” con quelle del suo profilo su Facebook. Così, riferiscono oggi alcuni quotidiani locali, il passo inevitabile è stato quello delle dimissioni dal suo ruolo nel partito, richieste dai dirigenti che nel frattempo erano venuti a saperlo anche loro. Sulla richiesta di dimissioni anche lei ha convenuto che era meglio darle.

Ma il dispiacere per i dirigenti locali democratici sembra non essere solo per la circostanza in cui esse sono maturate, ma anche perché la giovane è considerata molto brava e preparata dal punto di vista politico. Quanto ha fatto è stato considerato “una grave leggerezza” e le sue conseguenze “una perdita” per il Pd della zona del Comprensorio del cuoio, tra Pisa e Firenze. Il film a luci rosse, proposto in vendita dalla casa di produzione anche sul web, vede impegnata la ormai ex segretaria del circolo Pd insieme ad un’altra ragazza e due porno-attori.

Leggi anche: “Quando la porno-segretaria del PD si indignava per il bunga-bunga…“.

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In gennaio all’europarlamento pur di boicottare il governo riuscì a far approvare una risoluzione in cui chiedeva di congelare 145 milioni per l’emergenza rifiuti in Campania. Adesso come sindaco si batte per riaverli. Mentre la Ue minaccia sanzioni.

Acrobazie napoletane. Sca­duti ormai i famosi «cinque giorni di De Magistris», ovve­ro il termine entro il quale l’ex pm aveva promesso di ri­solvere l’emergenza rifiuti nella città partenopea, è or­mai scattato il tempo delle lamentele a tutto campo, delle nuove spericolate pro­messe («porterò la differen­ziata al 70% entro l’anno»), dello scaricabarile in dire­zione del governo, dei deci­bel in libertà con cui deviare l’attenzione generale e sfug­g­ire alle proprie responsabi­lità accreditando la tesi di una sorta di complotto antinapoletano. Purtroppo, però, le pro­messe del « sindaco- spazzi­no » – proprio ieri mattina con un colpo di teatro è sali­to all’alba su un camion per la raccolta dell’immondi­zia – sono destinate a infran­gersi contro una realtà che rischia di complicarsi gior­no dopo giorno. Ieri, infat­ti, è arrivato un nuovo pe­santissimo richiamo da par­te dell’Europa che ha pa­ventato «sanzioni pecunia­rie » se non ci sarà un cam­bio di passo. «Le autorità italiane non hanno ancora fatto quanto necessario per trovare una soluzione defi­nitiva al problema», ha det­to il commissario Ue all’Am­biente Janez Potocnik. A meno di un cambio di rotta, la Commissione avrà «poca scelta se non quella di pro­seguire con la procedura d’infrazione». Una vera mazzata per il neosindaco che alcuni giorni fa aveva annunciato un’imminente missione a Bruxelles per cercare di ottenere almeno uno sblocco parziale dei 145 milioni del Piano regio­nale. Impresa resa ancora più ardua dalla sua decisio­ne di fermare la costruzio­ne del termovalorizzatore di Napoli Est. Il paradosso è che, nel gio­co delle demagogie incro­ciate e dell’opposizione a testa bassa contro il gover­no messa in campo a Stra­sburgo, il parlamentare eu­ropeo Luigi De Magistris (obbligato a dare le dimis­sioni per l’incompatibilità con il ruolo di sindaco) si trova a battagliare contro se stesso e a smentire le sue azioni recenti. Come ricor­da la presidente della com­missione per le Petizioni, Erminia Mazzoni, il 26 gen­naio di quest’anno fu pro­prio l’ex pm a presentare al parlamento europeo una ri­soluzione con cui chiedeva alla Commissione di eserci­tare la massima durezza e bloccare i fondi per Campa­nia e Napoli fino a quando Bruxelles non avesse avuto prove certe sull’esistenza di un piano rifiuti confor­me alle norme. Quali fon­di? Esattamente quei 145 milioni che ora cerca fatico­samente di riottenere. Una richiesta che ottenne 374 voti a favore, 208 contrari e 38 astenuti. Bocciati anche i 17 emendamenti «mitiga­tori » presentati da 40 depu­tati del Ppe, tutti italiani. Indimenticabili anche le parole di giubilo dettate do­po quel voto. «Il Parlamen­to ha approvato la risoluzio­ne di cui sono stato primo firmatario e per la quale mi sono impegnato lungamen­te. L’Europa boccia inequi­vocabilmente la politica berlusconiana fatta di sub­dole e infinite emergenze e della militarizzazione del territorio e dice no allo sper­pero dei fondi comunitari, utilizzati solo per ingrassa­re cricche e comitati d’affa­ri ». Niente male. «Evidentemente De Magi­stris deve soffrire di una sin­drome da doppia personali­tà – commenta la Mazzoni – . Purtroppo non si governa a prescindere dalla realtà e oggi il sindaco si ritrova a invocare l’aiuto di Berlusco­ni e a chiedere a Bruxelles ciò che pochi mesi fa cerca­va di bloccare pur di avere un manifesto antiberlusco­niano da esporre». Peral­tro, mentre i napoletani af­frontano l’emergenza esco­no nuovi elementi sulla sen­tenza che blocca il trasferi­mento di rifiuti fuori regio­ne. Il ricorso l’ha presenta­to, infatti, la società Italca­ve, diffidata dalla Regione Puglia dal ricevere carichi non conformi al protocollo firmato con la Regione Campania. Una decisione rivendicata dall’assessore pugliese Lorenzo Nicastro che si è spinto fino a dare ragione alla Lega. «Se Cal­deroli si preoccupa del tra­sporto in condizioni di sicu­rezza, di come la spazzatu­ra parte e arriva, delle mo­dalità che garantiscono igiene ai cittadini, non pos­so che essere d’accordo con lui». Come dire che per De Magistris si profilano tempi davvero duri.

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Il primo ad avere aperto le danze è il sindaco di Torino, Piero Fassino. Quasi in contemporanea si è iniziato a muovere il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Obiettivo di entrambi: mettere in moto un robusto spoil system in tutte le società pubbliche controllate. Con un particolare: piazzare nei vari consigli di amministrazione delle controllate del Comune di Torino e della Regione Puglia uomini politici del loro schieramento più o meno freschi di nomina.
In Puglia la Corte Costituzionale ha infatti bocciato la norma con cui la Regione aveva allargato il proprio consiglio da 70 a 78 eletti. Così otto consiglieri votati dai pugliesi poco più di un anno fa si sono trovati all’improvviso senza poltrona, e l’idea di Vendola è quella di risarcirli trasformandoli con un colpo di bacchetta magica in manager da fare sedere in seno al consiglio dell’Acquedotto pugliese appena trasformato in ente pubblico o di altri enti pubblici e società controllate.

A Torino invece il problema è assai più semplice: molti neoeletti che hanno seguito Fassino nel trionfo alle recenti amministrative hanno scoperto una volta arrivati in consiglio che indennità e gettoni di presenza offrono ormai uno stipendio magretto. Così hanno chiesto al loro sindaco di lasciare l’incarico elettivo per essere nominati nel consiglio di alcune delle più importanti municipalizzate che hanno vertici in scadenza. L’idea sembra essere piaciuta a Fassino perché così il neo-sindaco riuscirebbe a prendere due piccioni con una fava: potrebbe nominare nelle società controllate fedelissimi e allo stesso tempo liberare posti per consiglieri non eletti a cui lui teneva in modo particolare. Potrebbe entrare così nel consiglio comunale di Torino l’ex craxiano Giusy La Ganga, che Fassino ha recuperato e l’elettorato di centrosinistra bocciato.
La casta politica che si riprende in mano le municipalizzate piazzando politici trombati o in cerca di fortuna ha in Fassino e Vendola solo i due amministratori più lesti, non l’eccezione. Presto sarà la regola. Perché fino a domenica scorsa quel che sta avvenendo a Torino e Bari sarebbe stato impossibile. Era in vigore un regolamento che stabiliva l’incompatibilità per almeno tre anni fra cariche elettive negli enti locali e consigli direttivi o di amministrazione di enti pubblici o società controllati dagli stessi enti locali.
In pratica un consigliere comunale o provinciale o regionale non poteva essere nominato nel consiglio di amministrazione di una società comunale, provinciale o regionale a meno che non fossero trascorsi tre anni dalla fine del proprio mandato politico. Quel regolamento però è decaduto lo scorso week end grazie al referendum sui servizi pubblici locali. Era infatti stati varato sulla base di una delega al governo concessa da un comma di quell’articolo 23 bis (la cosiddetta legge Ronchi) che gli italiani hanno abrogato dicendo sì a un referendum impropriamente definito “sull’acqua pubblica”. Abrogato l’articolo non hanno più fondamento nella norma primaria nemmeno i regolamenti successivamente emanati.

E così abbiamo la più incredibile beffa: quel vento anti-politica e anti-casta soffiato nelle urne referendarie senza nemmeno saperlo (nessuno l’ha fatto presente prima del voto), ha fatto un regalo straordinario alla casta più invisa, quella dei politici. Perché ora politici trombati o in cerca di facile guadagno torneranno ad occupare come un tempo le municipalizzate pensando più che al bene comune alle proprie privatissime tasche. La calata dei cosacchi nelle società idriche, come in quelle di trasporto pubblico locale, energetiche, dei rifiuti e così via inizia capitanata da Fassino e Vendola, ma presto ci sarà ben poca differenza fra destra e sinistra.
Secondo uno studio riservato in mano all’Anci e alla presidenza del Consiglio dei ministri, la più probabile evoluzione dei servizi pubblici dopo il referendum sarà quella della gestione in house degli stessi. È stato simulata la costituzione di circa 30 mila società in house dei vari enti locali per la gestione dei servizi e un costo complessivo annuo di 15 miliardi di euro per la sola organizzazione dei loro consigli direttivi. Quindici miliardi di euro che naturalmente peserebbero tutti sui bilanci degli enti locali, visto che non potranno a norma di referendum più essere condivisi con soci privati. Così proprio mentre sta tornando di moda nel centrodestra come nel centrosinistra l’idea di tagliare i costi della politica, in realtà questi stanno per lievitare in modo considerevole: quei 15 miliardi sono pari al costo della intera riforma delle aliquote Irpef. Una soluzione d’emergenza però ci sarebbe: stabilire in un decreto collegato alla finanziaria che fra poco sarà varata l’abolizione di ogni indennità per la partecipazione ai consigli di società pubbliche locali, prevedendo solo un rimborso spesa e il pagamento di un minimo gettone di presenza. Almeno i politici trombati- come sarebbe giusto- saranno costretti a trovarsi un altro lavoro non a spese del contribuente.

di Franco Bechis (Libero-news.it)

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Il presidente della Campania, indagato per epidemia colposa: “La responsabilità è dei Comuni che non sanno fronteggiare l’emergenza Dalla Lega un comportamento irresponsabile”. La risposta di Bossi: “Napoli tratti con tutte le Regioni, non può sperare in un decreto legge”.

Napoli «Non ci sto, non ci sto, non ci sto». Stefano Caldoro da poco più di un anno è il governatore della Campania. Dal suo predecessore, Antonio Bassolino, ha ereditato una Regione indebitatissima e la mancata realizzazione di un sistema integrato dei rifiuti. Eppure, proprio lui è indagato (con altri 4 pubblici amministratori i cui nomi sono ancora top secret) per epidemia colposa dalla Procura di Napoli.

Attorniato da quasi tutti i suoi assessori, nella sala Giunta, Caldoro si difende e contrattacca, ventiquattr’ore dopo avere ricevuto l’informazione di garanzia. «Non ci sto a pagare le colpe di 15 anni di inadempienze e responsabilità dei comuni, responsabilità perduranti ancora oggi», attacca. Poi, in sintonia con il sindaco Luigi De Magistris, dice: «Non ci sto a pagare le colpe dei ricatti e del boicottaggio della camorra». Frecciate anche al governo e al principale alleato del Pdl. «Non ci sto, rispetto ai comportamenti irresponsabili della Lega Nord. La Regione ha fatto tutta la sua parte, avendo poteri minimi e residuali. Finché non ci saranno risposte forti da parte del governo e degli enti locali della Campania, abbandoneremo i tavoli istituzionali e nazionali presso il governo e la prefettura». Poi ha aggiunto. «I cittadini devono sapere dove sono le vere colpe e le responsabilità, che sono lontane dalla Regione».

Un’arringa dove non ha risparmiato nessuno, nemmeno i sindaci della Campania: «Sono loro a dover fronteggiare la situazione perché rappresentano la massima autorità sanitaria. Per quali motivi Nola e Portici, ad esempio, riescono a superare le crisi tenendo le strade pulite mentre altri, come Napoli, non riescono a farlo. I sindaci hanno la responsabilità di far trovare sul loro territorio le condizioni per far funzionare il ciclo. Noi daremo sostegno economico, tecnico e anche politico per favorire gli accordi nei comuni per aprire siti di trasferenza, siti di stoccaggio e discariche, ma sono loro che devono rispondere con atti adeguati al problema. I comuni devono lavorare per l’autosufficienza. È un loro compito. Se c’è un’emergenza bisogna agire con misure adeguate».

All’appello alla solidarietà alle altre regioni rivolto da Caldoro ha replicato il leader della Lega, Umberto Bossi. «Napoli deve trattare con tutte le regioni, non può sperare in un decreto legge che scavalchi le scelte del Tar del Lazio». Il capo del leghisti ha poi ribadito che «il sindaco di Napoli Luigi De Magistris deve essere nominato commissario straordinario ai Rifiuti cosi non scappa». Sulla stessa linea anche Marco Reguzzoni, capogruppo leghista alla Camera: «I responsabili sono una città e una regione che non riescono a far fronte ai propri rifiuti, che è il primo dovere di un’amministrazione. Il governo ha fatto molto per due volte, è ora che si rimbocchino le maniche».

Il presidente della Commissione Agricoltura, Paolo Russo, un esperto in tema di rifiuti (è stato presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti) difende l’operato di Caldoro. «Ci sono decine di comuni nel napoletano e centinaia in ambito regionale che non conoscono l’emergenza rifiuti. Perché Napoli non si è dotata di un sistema di impiantistica per tamponare emergenza?».

Nonostante le tonnellate di rifiuti in strada siano diminuite, Napoli resta ancora sommersa dalla monnezza. Le proteste, i raid, i boicottaggi – come li chiamano il Presidente Caldoro e il sindaco De Magistris – sono aumentati: una ottantina nell’arco delle ultime 24 ore. Assalti in centro e in periferia, cassonetti dati alle fiamme, spazzatura riversata al centro delle strade.

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Mentre il resto della città brucia, scompare la monnezza dai quartieri vip del Vomero e di Posillipo dove vivono il primo cittadino e l’ex governatore Pd Bassolino. La Procura apre un fascicolo per epidemia colposa: indagato Caldoro, presidente della Campania.

Napoli - Sarà solo un caso ma la monnezza, nei due quartieri dove vivono i vip di Napoli o, perlomeno nella stragrande maggioranza delle strade, non esiste più. Vomero e Posillipo. Strade sgombre dai rifiuti, cassonetti regolarmente svuotati. I roghi non ci sono, i vigili del fuoco nella collina del Vomero e di Posillipo non mettono piede. E nemmeno le donne scendono in strada, come avviene nel centro storico e in periferia, per lanciare al centro della carreggiata i sacchetti della spazzatura.

È questo il «miracolo» della giunta De Magistris. Casualmente il neo sindaco vive al Vomero. È ospite della madre, in via Belvedere, nel cuore del quartiere collinare. Gli autocompattatori lì passano regolarmente per svuotare i cassonetti e portare via la spazzatura. Non solo via Belvedere è tirata a lucido ma quasi tutte le strade del ricco quartiere. A Posillipo ai tempi dell’emergenza del 2008, la lunga e tortuosa strada di sampietrini, con vista sul golfo e sulle isole di Capri e Ischia era l’unica zona dove i rifiuti erano raccolti regolarmente. Proprio qui vive l’ex presidente della Regione, Antonio Bassolino, oggi imputato nello scandalo rifiuti.
Nel resto della città invece è guerra.

La situazione è rovente a Scampia, ai Quartieri spagnoli, a Pianura. In meno di 22 ore i vigili del fuoco hanno fatto i salti mortali per spegnere le fiamme appiccate ai cassonetti. Un’altra ventina di interventi li ha eseguiti la polizia per fermare i raid dei cittadini scesi in strada per liberare i marciapiedi dai cumuli che ostruivano gli ingressi agli edifici. Spunta un po’ ovunque l’ironia dei napoletani. Ai Quartieri spagnoli un cartello invitava «a portare i sacchetti davanti a Palazzo San Giacomo», sede dell’amministrazione comunale. Tuttavia la situazione ieri è leggermente migliorata. La raccolta straordinaria dell’Asia ha fatto calare da 2.200 a 1.850 le tonnellate di spazzatura che invadono le strade. De Magistris ha sostenuto che «come Comune stiamo facendo tutto quello che è istituzionalmente, politicamente e umanamente possibile ma dal governo ci aspettiamo nelle prossime ore risposte importanti». A proposito dei raid l’assessore comunale alla Sicurezza, Giuseppe Narducci (ex pm anticamorra) ha spiegato: «Non so se si possa dire che tutti gli episodi che si sono verificati possano avere una sola regia, ma dalle segnalazioni che ci sono state fatte ciò che è accaduto lascia pensare a gruppi organizzati».

Intanto il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro è indagato insieme ad altri 4 o 5 amministratori pubblici nell’ambito di un fascicolo aperto dalla Procura di Napoli sull’emergenza rifiuti con l’ipotesi di reato di «epidemia colposa». Caldoro al Giornale si dice «sereno. Sono profondamente colpito, ogni azione diversa da quella messa in campo avrebbe reso la situazione ancora più drammatica. Tutto quello che ho fatto lo rifarei in piena coscienza. Se fossero accertate mie responsabilità non esiterei a dimettermi». Gli ex colleghi di Narducci stanno lavorando su tre fronti: la Procura sta cercando di fare chiarezza anche sui raid di protesta e infine il terzo filone, aperto sulla realizzazione degli impianti.

A De Magistris risponde il parlamentare del Pdl, Luigi Compagna. «Il sindaco gioca allo scaricabarile. La polemica contro il governo è pretestuosa». Il governatore del Piemonte, Roberto Cota ha ribadito la posizione della Lega: «Mandare per decreto i rifiuti da un posto all’altro non è la soluzione, anzi deresponsabilizza». E Bossi insiste: «Quel decreto è un imbroglio e noi non lo votiamo», dice senza mezzi termini.

(IlGiornale.it)

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