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Archivio per luglio 2011

Pier Luigi Bersani non accetta le critiche mosse al suo partito circa lo scandalo che ha coinvolto Alberto Tedesco e Filippo Penati e la questione morale sollevata da più parti:”Lo dico alle macchine del fango che iniziano a girare: se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso”. Poi annuncia: “Sto facendo studiare la possibilità di fare una class action da parte di tutti gli iscritti al Pd”. E accusa i giornali di parlare solo del Pd.

Roma – Pier Luigi Bersani non ci sta e non accetta le critiche mosse al suo partito circa lo scandalo che ha coinvolto Alberto Tedesco e Filippo Penati e la questione morale sollevata da più parti. “Lo dico alle macchine del fango che iniziano a girare: se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso”, ha detto il segretario del Pd. “Le critiche le accettiamo – sottolinea Bersani – le aggressioni no, le calunnie no, il fango no. Da oggi iniziano a partire le querele e le richieste di danni.

La class action “Sto facendo studiare la possibilità di fare una class action”, ha poi aggiunto. Le critiche dei giornali, infatti, non si rivolgono solo alla dirigenza del partito – quella direttamente coinvolta nelle amministrazioni e quindi più “a rischio” corruzione – ma a tutti gli iscritti: “Un partito è una società, gli insulti riguardano ciascun componente”, sottolinea Bersani.

L’attacco ai media E attacca ancora i giornali: “Piuttosto vorrei capire perchè queste cose vengono chieste solo a noi e non ad altri. A guardare i giornali c’è da rimanere allibiti. Se questi principi sono giusti perchè non si chiedono anche a tutti gli altri partiti? Che invece si comportano all’opposto”. Il riferimento è chiaro: il segretario parla di Giulio Tremonti. E’ lui stesso a rivelarlo: “C’è Un silenzio tombale su una vicenda che meriterebbe un’attenzione alta. Pongo io la domanda: se questa è una cosa pensabile da parte di un ministro delle Finanze e dell’Economia”.

La questione morale Tornando alle accuse sulla questione morale ha ripetuto ancora che “il Pd è totalmente estraneo a tutte le vicende. Noi ci stiamo muovendo su quattro principi: rispetto assoluto della magistratura, cittadini uguali davanti alla legge, chi è investito da inchieste fa un passo indietro al netto della presunzione di innocenza e regole più stringenti per la trasparenza e il controllo nei partiti”.

Il caso Tedesco Eppure molti si sono stupiti quando, nello stesso momento, la Camera ha votato per l’arresto di Alfonso Papa e il Senato contro quello di Alberto Tedesco. Il Pd non c’entra, spiega Bersani: “Noi alla Camera e al Senato abbiamo chiesto l’arresto, Tedesco stesso lo ha chiesto. Non è passato perchè al Senato il Pdl, coerente dal lato sbagliato, aveva la maggioranza ma la nostra posizione non può essere oscurata, noi facevamo sul serio, con quel voto, non facevamo finta”. E prova a difendersi anche da chi lo accusa di aver portato il senatore in Parlamento nonostante fosse coinvolto nella sanitopoli pugliese: “Non amo distinguere però io non avevo nessuna responsabilità per la candidatura di Alberto Tedesco al Senato. Certamente sono stati fatti errori”.

La Lega e i Ministeri al Nord E come lasciarsi sfuggire l’occasione per commentare anche il trasfermimento di alcuni Ministeri al Nord? “Condivido pienamente le preoccupazioni del Capo dello Stato. E di mio aggiungo un giudizio nel quale non voglio assolutamente coinvolgerlo: mi chiedo dov’è finita la Lega di una volta, che i Ministeri voleva semplificarli, chiuderli e valorizzare le autonomie locali. Ora fa l’accattonaggio dei Ministeri in una forma anche grottesca”. È il giudizio espresso dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani, sulla vicenda delle sedi decentrate dei ministeri, dopo l’intervento del capo dello Stato….

“Quello che è successo – sottolinea Bersani – non rappresenta né la dignità del Nord, né la dignità di Monza, nè la dignità di un ministero. Che poi noi si debba discutere di questo mentre tutto tace sulla situazione economica e sociale del Paese, che è molto grave, è una cosa stravagante”.

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La società che fa capo a De Benedetti fa sapere di avere ricevuto la somma di 564,2 milioni di euro come risarcimento danni, come fissato dalla recente sentenza della Corte di Appello di Milano per il Lodo Mondadori. Sul ricorso in Cassazione i legali della Cir si dicono “fiduciosi”.

Milano – Cir ha ricevuto da Fininvest il pagamento dell’importo di 564,2 milioni di euro, liquidato dalla Corte d’Appello di Milano con sentenza depositata in data 9 luglio 2011, quale risarcimento del danno causato a Cir dalla vicenda del Lodo Mondadori. Lo ha reso noto la stessa Cir in una nota nella quale la società precisa anche che l’importo è comprensivo di spese legali e interessi dal 3 ottobre 2009.

“Fiducia sul ricorso in Cassazione” Cir e i propri legali, Vincenzo Roppo ed Elisabetta Rubini, “preso atto – si legge nella nota – dell’intenzione di Fininvest di presentare ricorso in Cassazione, sono pienamente fiduciosi che le buone ragioni della società, già riconosciute da una sentenza penale passata in giudicato e da due gradi di giudizio civile, troveranno in tale sede ulteriore e definitivo riconoscimento”.

La reazione a Piazza Affari Il titolo della Cir, che si muoveva nei pressi della parità, ha registrato un’accelerazione e guadagna ora il 2,6% a 1,70 euro per azione, sui massimi di seduta, mentre gli scambi restano in linea con la media dell’ultimo mese. Nella galassia De Benedetti non cambiano invece passo Sogefi (-1,13%), Cofide (-0,83%) nè il gruppo Espresso (-0,42%). Non reagiscono alla notizia, preannunciata nei giorni scorsi da Fininvest, neppure i titoli delle società della famiglia Berlusconi: Mondadori lima lo 0,17% mentre Mediaset cede il 2,37%, confermandosi sui livelli della mattinata.

(IlGiornale.it)

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In rete il video è già un tormentone, il terremoto coglie Travaglio durante la registrazione di Passaparola e lui si alza spaventato e rimane in mutande…

Marco Travaglio è nel suo ufficio in mezzo a libri e giornali: sta registrando la puntata settimanale di Passaparola e farfuglia sui guai del Pd. A un certo punto la pila di libri sulla sua scrivania inizia a tremare vistosamente. Il giornalista si volta verso la finestra e poi si alza esclamando: “cazzo”. E qui c’è il buffo: Travaglio è in boxer. E in rete il video è già diventato un tormentone.

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L’Ingegnere con Repubblica vede in Prodi l’uomo ideale per assecondare il potere delle toghe: un colpo mortale alla modernizzazione istituzionale del Paese.

Diversi fattori provocano scosse nel quadro politico: a partire dai recenti risultati elettorali che hanno assai turbato i leghisti, alle ventate di crisi, alle guerre di influenza tedesca e francese sulla finanza italiana. Pesano naturalmente le indagini giudiziarie per la selezione mirata dei loro obiettivi e per l’uso mediatico inaccettabile delle intercettazioni. Però anche queste inchieste intervengono su uno spartito che ha al suo centro una questione: chi andrà al Quirinale nel 2013. Considerando la storia della Seconda repubblica si noterà come l’elezione del presidente della Repubblica sia l’elemento su cui si concentra la cura degli ambienti internazionali e italiani, a partire dai settori maggioritari della magistratura, che non vogliono la modernizzazione istituzionale del Paese. È sul Colle che regge la difesa di equilibri conservatori che perpetuano la nostra crisi nazionale. E arrivare a due anni dalla scadenza con Berlusconi ancora in sella (sia pure fiaccato dalle inchieste) e con una prospettiva di scelta del «presidente» non perfettamente governabile dai vari poteri «immobili» suscita preoccupazioni.

Le recenti elezioni, poi, e il referendum – per non parlare del Lodo Mondadori – hanno ridato vitalità a Carlo De Benedetti che prima si apprestava ad allearsi con Massimo D’Alema e Pier Ferdinando Casini per un ritorno al proporzionale e per scelte quirinalizie di compromesso. Ora invece cavalca le spinte sociali in atto come occasione per portare alla presidenza un candidato radicale come Romano Prodi che potrebbe assecondare fino in fondo il potere giudiziario coordinandolo a un assetto oligarchico di quegli ambienti finanziari che sorreggono il professore bolognese.

Alcuni incontri «debenedettiani» con Mario Monti (che insieme si agita per soluzioni extraparlamentari e spiega come la causa della crisi italiana sia la destabilizzazione della politica) completerebbero con una copertura «tecnocratica» di governo l’operazione Prodi. C’è chi addirittura interpreta l’improvviso accanirsi giudiziario contro dalemiani di tutta Italia come un elemento necessario di questa manovra che colpisce uno dei centri (pur ormai mediocri) di resistenza della politica.

Parallela a questa manovra c’è l’azione del Corriere della Sera, che pur influenzata da ambienti omogenei a quelli debenedettiani, risponde a un equilibrio più ampio che preferirebbe soluzioni meno di rottura del sistema (o una riconferma di Giorgio Napolitano, che appare largamente improbabile, o l’emergere di un’analoga figura di moderazione come Giuliano Amato).

È tenendo conto di questo scenario che si comprendono meglio certi balletti per esempio su Roberto Maroni che tramontata la centralità di Giulio Tremonti, diventa l’uomo che può servire a tenere rapporti con un centrodestra più docile (oppure a romperli come vogliono i «debenedettiani»). Un certo flirt con settori del centrodestra che cercano una sponda giustizialista diventa così il modo del Corriere per dare spazio a Maroni nell’ottica di una soluzione moderata per il Quirinale. La scelta della Repubblica invece di intervistare una personalità ormai squalificata come Gianfranco Fini per lanciare il ministro degli Interni come premier di un governo di unità nazionale è invece il modo per bruciarlo. E concentrarsi su esiti di rottura.

Non sarà semplice per il centrodestra evitare esiti o di conservazione o ancor peggio di rottura.

(IlGiornale.it)

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Jessica e il Vikingo sul palco pd

MILANO – Devoti allo strip-credo «Ogni bottone ha la sua importanza», Jessica e il Vikingo abbandonano con lentezza i vestiti sul palco riformista per esibire a turno push up e perizoma. Lei tormenta un giovane avventore con ancheggiamenti ravvicinati e carezze invasive, lui costringe alla resa un’imbarazzata signora a colpi di ciuffo biondo e addominali bassi.

È l’acme del motoraduno organizzato venerdì alla festa del Pd di Campiano (Ravenna): la par condicio nell’antica pratica dello spogliarello – in principio contrattata solo con Jessica – è stata autoimposta all’ultimo momento dagli organizzatori per sfidare l’ira delle «Donne Democratiche» e quelle del coordinamento romagnolo «Se non ora quando?», da giorni impegnate a chiedere la cancellazione della performance. «Immaginiamo che il motoraduno seguito da un sexy show riscuota un gradimento consistente – scrivevano indignate -. Si sa, donne e motori è un binomio indissolubile, vogliamo negarlo? Come è possibile che tra i partecipanti non ci sia nessuno (nessuna?) che abbia da obiettare sulla qualità dello spettacolo? Nessuno/a è in grado di bloccare iniziative così volgari e offensive delle donne?». Per evitare il can can polemico che un mese fa aveva travolto la festa del Pd di Roma dopo l’affissione del manifesto stile Marilyn – la scritta «Il vento è cambiato» sotto le gambe di una ragazza che cercava di domare una gonna svolazzante – i movimenti avevano deciso di appellarsi preventivamente alla clemenza dei dirigenti del partito, ma il confronto è stato concesso soltanto dopo la kermesse. L’unico amo era stato lanciato dall’assessore provinciale alla Sanità, Emanuela Giangrandi: «Annulliamo lo strip tease e proiettiamo il documentario Il corpo delle donne». «Sì, e perché invece non guardiamo La corazzata Potëmkin?», le avevano risposto in un lampo i militanti via web.

Mentre i politici discutevano, i biker hanno quindi fatto in tempo - per l’onore di Jessica – a ristabilire l’equilibrio scenico invitando al motoraduno Davide Fabbri, il Vikingo «personal trainer della seduzione», pronipote acquisito di Benito Mussolini e reduce da un fulmineo passaggio all’ Isola dei famosi in attillata veste di «Non famoso».

Elsa Muschella (CORRIERE.IT)

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Dopo l’articolo dedicato ai flop di De Magistris, passiamo ad esaminare i fallimenti del suo collega Woodcock.

Con l’assoluzione di Vittorio Emanuele di Savoia, il pm Henry John Woodcock raggiunge la quota di 210 innocenti accusati senza fondamento. Rafforza il suo primato nella specialità e si candida all’Oscar delle topiche giudiziarie. Poiché è entrato in magistratura alla fine del 1996, la sua media è stata di 15 infelici cui ha tirato il collo ogni anno.
Per ottenere questa prodezza, l’anglo-italiano ha dovuto sviluppare una tecnica speciale: le inchieste a salsiccia. Sono così chiamate quelle che discendono a cascata l’una dall’altra, inanellandosi tra loro come i prelibati rocchi appesi nelle norcinerie.
Nato 43 anni fa nel Somerset, da padre inglese, Henry John è cresciuto a Napoli dove la mamma italiana, Gloria, si è trasferita dopo la separazione dal marito. La sua prima esperienza in toga, come uditore, si è svolta nella città elettiva di cui ha preso l’inflessione, mentre l’aspetto, biondo ed elegante, è quello tipicamente britannico del ramo paterno. Spostato a Potenza nel 1999, col ruolo di pm, è rimasto in Basilicata dieci anni esprimendo il meglio di sé. Un anno fa, di questi giorni, è tornato a Napoli dov’è attualmente in forza alla procura.
Il proscioglimento del Savoia perché il «fatto non sussiste», pronunciato dai giudici romani, è l’ultima delle sue capocciate. La quale, però, come è stato osservato, ha carattere epocale: per la prima volta è stato assolto in toto un rampollo della dinastia che la Storia – a torto o ragione – ha condannato in blocco. Vero è che il principe era già stato graziato dalla magistratura francese per fatti dell’Isola di Cavallo, ma con molte zone d’ombra. Stavolta invece – grazie a Henry John – dubbi non ci sono: è pienamente innocente. È nel decennio potentino che Woodcock ha messo a punto la specialità dell’inchiesta a salsiccia. Nel 2002, in contemporanea con una trasmissione tv delle Iene, l’anglo-italiano ha cominciato a indagare sulla Motorizzazione civile e su presunte «tangenti Inail». Dalle istruttorie, piuttosto oscure e noiose, ha tratto diversi filoni che hanno alimentato i successivi funambolismi. Nel 2003, ha visto la luce il «Vip Gate» con il coinvolgimento di personalità politiche, dello spettacolo e del giornalismo. Furono accusate di «associazione per delinquere per la turbativa di appalti» Nicola Latorre (segretario di D’Alema), Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Tony Renis, la conduttrice di Telecamere, Anna La Rosa, altri. In tutto 78 imputati. Giunta però davanti al gip, l’inchiesta si afflosciò come un seno al silicone. Il giudice – constatato che i 78 operavano nella Capitale – dichiarò la propria incompetenza territoriale, l’inesistenza di requisiti per l’avvio dell’indagine, l’assenza assoluta di indizi per i reati contestati. La causa fu spedita al tribunale di Roma, che archiviò la pratica seduta stante. E uno.
Nel 2004, Henry John ipotizzò dei brogli negli appalti lucani. Per sottolineare il legame salsicciottesco con le inchieste precedenti (nate con le Iene), il pm la battezzò Iene 2. Con l’accusa di associazione mafiosa furono arrestate 51 persone e incriminati politici di Fi, Ds, Udeur. Il tribunale del Riesame annullò tutto e gettò alle ortiche il lavoro di Woodcock. Il Guardasigilli, Castelli, denunciò Henry al Csm. Il sinedrio lo assolse. Altrettanto fecero il tribunale e la Cassazione in base al principio «cane non mangia cane». Con un intermezzo del 2006, detto Somaliagate, il pm interrogò per traffico d’armi un tizio, Massimo Pizza, che gli confidò di avere lavorato per Vittorio Emanuele.

Così, un mese dopo, debuttò il Savoiagate. Il principe fu trascinato a Potenza, messo una settimana in gattabuia e due mesi ai domiciliari. Ventiquattro gli indagati, tredici gli arresti per associazione per delinquere, corruzione, sfruttamento della prostituzione nell’ambito del gioco d’azzardo al Casinò di Campione d’Italia. Per essersi impicciato oltre il proprio ambito territoriale, l’inchiesta fu sottratta a Henry e divisa in due. Un filone a Como, competente per il Casinò. A Roma, il resto. Un anno dopo, i pm lariani chiesero l’archiviazione per Vittorio Emanuele e soci. Il gip la approvò in cinque giorni, tanto era evidente. L’altro ieri, la conclusione del ramo romano dell’indagine, con la piena assoluzione del Savoia da cui avevamo preso le mosse.
Ci sarebbe da aggiungere qualche parola sull’indagine di Vallettopoli (2006), sottoderivato di Vip Gate, col coinvolgimento di Fabrizio Corona, Lele Mora e Salvatore Sottile (portavoce di Gianfry Fini) per le avances a Elisabetta Gregoraci. Infine, per essere completi, dovrei fare cenno all’istruttoria sull’agenzia di viaggi Visetur scaturita, col solito metodo norcino, dalle intercettazioni di Corona utilizzate nell’inchiesta precedente. Stando a esse, la Visetur avrebbe offerto all’allora ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, viaggi e giri in elicottero. Ma non è il caso di dilungarsi. Un po’ perché ormai avrete ampiamente capito chi è Woodcock e anche perché entrambe le inchieste – tuttora in corso – gli sono state sottratte da tempo per incompetenza (territoriale) e affidate ai giudici naturali.
Ho perso il conto, ma una simile sfilza di fiaschi dovrebbe indurre chiunque a lasciare un mestiere per cui non è tagliato. O, almeno, a rimeditare in convento i fondamenti della propria vocazione. Resta il pericolo che ciascun cittadino corre con simili magistrati. Uno meno ricco e con meno avvocati del Savoia, state certi, ne uscirebbe a pezzi. Da simili avventure hanno avuto le ossa rotte le più coriacee pellacce d’Italia. Penso a quello che ha combinato il pm Giancarlo Caselli con Andreotti, Mannino, Musotto e al suicidio inutile del giudice sardo, Giuseppe Lombardini. Gloria e novene al pm Luigi De Magistris – temibile concorrente di Woodcock per il Guinness – che ha buttato la toga alle ortiche e ora è in politica dove non potrà fare più danni di quanti già non ce ne siano. Un esempio da imitare. E di corsa.

(IlGiornale.it)

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La sinistra si ricompatta nel memoriale dei disordini che nel 2001 devastarono Genova. Per Pisapia Carlo Giuliani è un ragazzo innocente che lottava per un futuro migliore. In piazza anche Vendola che l’anno scorso aveva definito il no global morto in piazza Alimonda un eroe al pari di Falcone e Borsellino.

Roma – Genova, dieci anni dopo. La sinistra si ricompatta per santificare Carlo Giuliani e trasformarlo in una bandiera della lotta di piazza e di libertà. Un memoriale durato un’intera settimana e che culminerà nella manifestazione di domani alla quale non mancherà il leader del Sel Nichi Vendola. “La sinistra deve uscire dal letargo e deve raccogliere le istanze dei giovani -  ha detto martedì Giuliano Giuliani, padre di Carlo, durante le celebrazioni per il decennale del G8 – il futuro è brutto per questi giovani, ma c’è la voglia di cambiarlo e farlo diventare migliore. I giovani devono diventare protagonisti del cambiamento”. Il cambiamento, appunto. Come quello auspicato a Milano dal sindaco Giuliano Pisapia, ex legale della famiglia Giuliani, che vede tutt’oggi nel no global, che ha perso la vita a Genova mentre prendeva d’assalto una camionetta delle forze dell’ordine, un “ragazzo che sognava un futuro migliore”. Ed è proprio così che la sinistra cerca di trovare in Giuliani un nuovo vessillo contro il potere.

Con buone probabilità a Giuliani, che in piazza Alimonda indossava un passamontagna e brandiva un estintore per sfondare un defender, questa sinistra di governo non sarebbe piaciuta così tanto. Un’opposizione pronta a votare le missioni all’estero e così poco anarchica fatica ad andare a braccetto con la sinistra radicale e antagonista. Lo sa bene Pisapia che si trova stritolato tra i poteri forti che gli hanno permesso di vincere la corsa a Palazzo Marino e i rifondaroli che vorrebbero azzerare lustri di governo di centrodestra. Far coabitare queste due anime (che di frazionano in una continua lotta tra bande) diventa estremamente difficile. Eppure sembra che il memoriale di Giuliani le abbia inesorabilmente avvicinate. “Verità e giustizia per Genova”, è stato lo striscione che ha aperto ieri sera la fiaccolata organizzata per ricordare, a dieci anni di distanza, il sanguinoso biltz della polizia all’interno della scuola Diaz, al tempo sede del Genoa Social Forum. “Ci vuole una rivoluzione culturale – ha detto don Andrea Gallo, fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto – una svolta epocale, quella della scelta della non violenza attiva”.

In questi anni, Giuliani è divuto il simbolo dell’escalation di disordini avvenuti mentre i capi di governo dei Paesi industrializzati si riunivano in occasione del G8. “Giuliani non è un esempio nè tantomeno un eroe”, tuona il senatore del Pdl Riccardo De Corato invitando Pisapia a chiarire se è i no global sono “il cittadino modello che vuole proporre”. Eppure una sinistra sempre meno no global e sempre più globalizzata e globalizzante cerca di farsi scudo dietro alle celebrazioni della resistenza al G8 per rilanciare, in un momento in cui la congiuntura economica è sempre più instabile, la rivolta sociale. Ne è profondamente convinto Vendola che l’anno scorso aveva paragonato Giuliano ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, definendoli “eroi dei giorni nostri”. Il leader di Sel parla di un “eroe ragazzino” morto a Genova quando “una generazione perse l’innocenza e fece i suoi conti con la morte”. Dopo aver accusato la politica e la magistratura di non aver mai fatto luce sui fatti, anche Oliviero Diliberto si lascia andare all’amarcord: “Con Giuliani se ne andarono le ragioni di quelle centinaia di migliaia di ragazze e ragazze che a Genova chiedevano una società più giusta ed un mondo migliore”….

Il centrodestra non ci sta e accusa la sinistra di dimenticare le vere vittime degli scontro del 2001, cioè le forze dell’ordine che in quesi giorni hanno difeso la città dalla guerriglia dei black bloc. Mentre infatti, il sindaco Marta Vincenzi conferisce la cittadinanza onoraria a un giornalista inglese ferito durante l’irruzione alla Diaz, il Pdl torna a chiedere a gran voce di ricordare anche gli agent. “Solo quando si userà pari trattamento a tutte le vittime del G8, servitori dello Stato in primis – spiega il responsabile sicurezza pdl, Gianni Plinio – sarà possibile aspirare a diventare un Paese normale.

(IlGiornale.it)

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Sì, certo, lui sta «dalla parte di chi fa sentire la sua voce». Si gingilla tutto soddisfatto con l’idea che «siamo semplicemente alla vigilia di nuove monetine». Vuole persino andare in piazza. Antonio Di Pietro era serio quando  ha detto, pochi giorni fa: «È arrivato il momento per tutti i cittadini di urlare forte: “Basta con la Casta”». Mentre proponeva «di scendere in piazza alla fine di settembre per una manifestazione di dimensioni mai viste contro la casta al potere».
Quando il popolo alza la torcia e sventola il forcone ringhiando all’indirizzo dei politici ladroni, il campestre condottiero dell’Idv si trova a proprio agio come la salama nel suo sugo. Forse perché si sente ancora sulla cresta dell’onda come ai tempi di Mani Pulite. Piccolo particolare: adesso Tonino è un politico, di quella Casta di cui chiede la gogna fa parte anche lui. E che parte.

Ha sbraitato di recente nei microfoni dei cronisti: «Se continueranno a difendere i loro privilegi, come hanno fatto bocciando ripetutamente in Parlamento le nostre proposte per l’abolizione delle Province, dei vitalizi, delle auto e dei voli blu ci sarà una ribellione sociale senza precedenti».  Se continueranno a difendere, dice. Continueranno chi? Loro? Ma perché Tonino a quelli della Casta dà del «loro», come se fossero diversi da lui, come se lui non godesse di privilegi?
Tanto per rammentarne uno: egli è un baby pensionato. Lo ricorda Mario Giordano nel  bestseller Sanguisughe (Mondadori): «Riceve un vitalizio dal 1° settembre 1995, cioè da quando aveva 44 anni. Il suo assegno mensile ammonta a 2644,57 euro, 1956 netti». Una bella pensioncina da magistrato, che l’Inpdap gli versa da circa sedici anni. Anche se Di Pietro è parlamentare. O ministro.

Nel luglio del 2007, infatti, Tonino sedeva al vertice del dicastero dei Lavori pubblici. Il Corriere della Sera gli chiese conto  dello stipendiuccio  fornito dalla previdenza. «Non ho mica smesso di lavorare», rispose piccato, «forse lo faccio più di prima». Poi la giustificazione: «Mi rendo conto che ottenere una pensione in quel modo è una cosa assurda, ma era la legge di allora e non potevo certo rifiutare». Eh no, mica si può rifiutare. Senza contare che lui, quando indossava la toga, lavorava sodo, «anche 24 ore al giorno».

Fatto sta che anche quando faceva il ministro dei Lavori pubblici godeva del vitalizio. Che non ci risulta abbia mollato in tempi recenti, nonostante le entrate da rappresentante del popolo italiano non siano certo esigue.
Eppure Tonino ce l’ha con «loro», con la «Casta», con gli orrendi ladroni che decidono le sorti del Paese. Perché gli schifosi sono sempre gli altri e un vitalizio non si rifiuta mai; come i celebri diamanti, una pensione è per sempre. Il capoccia dell’Idv  bercia che «occorre una grande mobilitazione di massa perché  non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire». Ribadisce che calare nelle piazze per ribellarsi si può, anzi si deve. Con doti da veggente prevede che i cieli saranno oscurati da una marea di monetine scagliate dai cittadini furibondi verso il Palazzo.
Beh, se fosse coerente, il pensionato ex ministro Di Pietro dovrebbe guardarsi allo specchio, in casa, e tirarsi le monetine da solo.

di Francesco Borgonovo (libero-news.it)

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Il Colle: “E’ intollerabile e sterile lo scontro tra politica e magistratura”. Poi: “No agli incarichi politici alle toghe”. Sulle intercettazioni: “Devono essere usate solo quando sono assolutamente indispensabili”. Palamara: “Ne difendiamo l’uso, non l’abuso”.

Roma – “E’ intollerabile lo scontro tra la politica e la magistratura”. Il monito arriva dal Colle che prova a smorzare le polemiche di questi giorni. Le strozzature del sistema giustizia, secondo Giorgio Napolitano, che ha parlato al Quirinale ai magistrati in tirocinio, “pesano sullo sviluppo complessivo del paese. Vanno superate senza fatali ulteriori incertezze, lentezze e false partenze”. Il problema è quello di una “grave insufficienza del sistema giustizia e della crisi di fiducia che esso determina nel cittadino”.

No alla confusione dei ruoli La crisi di fiducia, però, è causato anche da “un offuscamento dell’immagine della magistratura”. Il presidente della Repubblica ha rivolto quindi un appello ai magistrati “Fin dal 2007 ho invitato i magistrati a non cedere a fuorvianti esposizioni mediatiche, a non sentirsi investiti di improprie ed esorbitanti missioni, ad non indulgere ad atteggiamenti protagonistici e personalistici che possono mettere in discussione l’imparzialità dei singoli, dell’ufficio giudizirio cui appartengono, della magistratura in generale”. Napolitano ha dunque invitato i futuri magistrati a “evitare condotte che comunque creino una indebita confusione di ruoli e fomentino l’ormai intollerabile scontro tra politica e magistratura”. Per esempio, ha chiarito, questo accade “quando il magistrato si propone per incarico politici nella sede in cui svolge la sua attività oppure quando esercita il diritto di critica pubblica senza tenere in pieno conto che la sua posizione accentua i doveri di correttezza espositiva, compostezza, riserbo e sobrietà”.

La riforma della giustizia Napolitano, inoltre, ha chiesto di accelerare la riforma della giustizia, che sia “organica” e sostenuta da una “ampia condivisione”,  anche se, ricorda, “non spetta al Capo dello Stato suggerire o valutare disegni di riforma della giustizia, che sono prerogativa del Parlamento nella sua dialettica tra maggioranza e opposizione e nella ricerca di qualificati apporti esterni ai fini di ampia condivisione”.

Il nodo delle intercettazioni Il Capo dello Stato ha parlato anche delle intercettazioni, che devono essere usate “solo quando sono assolutamente indispensabili”. Ai futuri magistrati, Napolitano ricorda “l’invito che ho formulato negli scorsi anni a evitare l’inserimento nei provvedimenti giudiziari di riferimenti non pertinenti o chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti stessi così come l’invito a usare il massimo scrupolo nella valutazione degli elementi necessari per decidere l’apertura di un procedimento e, a maggior ragione, la richiesta o l’applicazione di misure cautelari”.

Il commento di Alfano L’invito è stato raccolto da Angelino Alfano, presente all’incontro. Quello di Napolitano, ha detto il segretario del Pdl, è stato “un discorso chiaro, netto, che mi auguro venga ascoltato e recepito. Un discorso che rimanda per intero ai principi costituzionali e richiama ad una serie di doveri connessi a quei principi”. Principi, ha insistito Alfano, che sono stati più volte richiamati “anche dai più alti magistrati italiani” e che “sono alla base della credibilità della magistratura”.

Palamara: “Difendiamo l’uso delle intercettazioni” “Massimo rispetto per le parole del presidente della Repubblica. Sono fermamente convinto che la politica e la magistratura debbano agire separatamente e indipendentemente nel pieno rispetto delle regole”, commenta il presidente dell’Anm Luca Palamara. “La magistratura, da parte sua, deve continuare a impegnarsi nella realizzazione dell’autoriforma, valorizzando la professionalità e il merito”, aggiunge il leader del sindacato delle toghe. E sulle intercettazioni: “Ne abbiamo sempre difeso l’uso e non l’abuso, anche sotto il profilo della indebita pubblicazione di atti irrilevanti”.

(IlGiornale.it)

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Dieci anni fa in piazza Alimonda a Genova, nei disordini del G8 moriva il giovane no-global. Il sindaco di Milano lo ricorda come “un ragazzo che sognava un futuro migliore”. Ma è subito polemica. La rete lo contesta: “Non lo trasformi in un eroe”.

Milano - Dieci anni fa in piazza Alimonda a Genova moriva Carlo Giuliani. Nel giro di poco tempo il 23enne no global divenne il simbolo dell’escalation di disordini e di violenza avvenuti nel capoluogo ligure tra il 19 e il 21 luglio 2001, mentre i capi di governo dei Paesi industrializzati erano riuniti in occasione del G8. Il giovane morì alle 17.27 di quel venerdì pomeriggio di luglio, colpito da un proiettile sparato da Mario Palcanica, un carabiniere allora 21enne che si trovava all’interno del defender preso d’assalto dai manifestanti in piazza Alimonda. Il militare agì per legittima difesa: il proiettile fu sparato verso l’alto e non ad altezza uomo, ma rimbalzò poi su un sasso scagliato da un altro manifestante e colpì Giuliani allo zigomo. Ma per il sindaco di Milano Giuliano Pisapia (a suo tempo legale della famiglia Giuliani) non solo la verità non è ancora emersa, ma il no global che stava assaltando le forze dell’ordine brandendo un estintore diventa “un ragazzo che sognava un futuro migliore per il nostro Paese e per il mondo, cui sentiva di appartenere e che desiderava più giusto, più libero, più democratico”.

Non è piaciuto alla rete il ricordo tratteggiato ieri dal neosindaco di Milano. “Nel decimo anniversario dell’uccisione di Carlo sono vicino ai suoi genitori, Heidi e Giuliano – ha detto Pisapia – a loro è stato sempre negato il diritto a un pubblico dibattimento, l’unico che avrebbe potuto fare piena luce sulla dinamica di quei tragici avvenimenti che resteranno per sempre dolorosamente impressi nella nostra memoria e nella storia d’Italia”. Nel ricordare Giuliani Pisapia parla di un eroe, di un ragazzo che vuole cambiare il mondo, di un rivoluzionario democratico. Quel che non dice è che Giuliani voleva cambiare il mondo col voto coperto dal passamontagna ebrandendo un estintore che avrebbe gettato contro un agente. Tanto che la vicenda è passata in tutti i gradi di giudizio italiani e pure alla Corte di Strasburgo. La sentenza è sempre stata la stessa: la morte di Giuliani è riconducibile a legittima difesa.Per questo, il popolo della rete si è rivoltato contro Pisapia invitandolo ad evitare di trasformare Giuliani in un eroe.

“Non sono per nulla convinto, al contrario di Pisapia, che i valori di libertà, giustizia e democrazia possano essere impersonificati dalla figura di Giuliani, responsabile di una aggressione a volto coperto ai danni delle forze dell’ordine – tuona il consigliere regionale della Lega, Massimiliano Orsatti – per nostra fortuna vi sono tanti giovani e tanti milanesi che sperano nei valori citati da Pisapia senza utilizzare metodi violenti contro polizia e carabinieri, come i black bloc visti in azione durante il G8 genovese o recentemente in Val di Susa”. Dai tragici fatti del 2001 le polemiche non si sono ancora placate. In molti vorrebbero ribaltare, al fianco della famiglia Giuliani, la verità emersa durante il processo. La ferita rimane aperta. Lo dimostra la bagarre emersa dalle parole del sindaco di Milano.

(IlGiornale.it)

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