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Archivio per agosto 2011

La Cgil ha deciso il blocco totale dei lavoratori contro la manovra anticrisi del governo. L’agitazione è prevista il 6 settembre per otto ore. Cicchitto: “L’ennesima prova dell’irresponsabilità del sindacato”.

Roma - La Cgil ha proclamato otto ore di sciopero per martedì 6 settembre contro la manovra economica varata dal Governo. La decisione è scaturita al termine della riunione della segreteria confederale allargata ai leader delle categorie e ai rappresentanti dei territori. Lo sciopero si articolerà con manifestazioni territoriali e non escluderà ulteriori iniziative già programmate dalla confederazione, per esempio a sostegno della vertenza per un fisco più equo. La protesta di Corso d’Italia è “contro e per cambiare – si legge in una nota – la manovra iniqua e sbagliata del governo”. Le modalità dello sciopero e le proposte alternative della Cgil saranno illustrate domani dal segretario generale, Susanna Camusso, nel corso di una conferenza stampa convocata alle 11 in concomitanza del presidio che si svolgerà davanti al Senato. Il sindacato guidato da Camusso ha dunque deciso di scioperare in tempi stretti, il giorno dopo che la manovra approderà in aula a Palazzo Madama il 5 settembre.

Cicchitto: “Irresponsabili” “La Cgil ha ancora una volta dato una una prova straordinaria di irresponsabilità. Se qualcuno può pensare di dare una risposta positiva a problemi che sono addirittura di carattere internazionale a colpi di sciopero generale, è evidente che ha scelto la linea del tanto peggio tanto meglio”. Lo afferma Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, a proposito dello sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 6 settembre.

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L’ex membro dei Proletari armati del comunismo, in un’intervista a un’emittente brasiliana, dice di sentirsi “quasi brasiliano”, dopo il rilascio dei documenti. E su Lula: “Non lo conosco, ma mi piacerebbe incontrarlo per ringraziarlo”. Si studia una legge per concedere l’estradizione anche a chi è stato concesso l’asilo in Brasile.

San Paolo - Gongola di felicità, Cesare Battisiti. Si gode la libertà con la sua compagna in una casa prestata sul litorale di San Paolo. e soprattutto adesso dice di sentire un “cittadino brasiliano”. Poi, l’ex membro dei Proletari armati del comunismo, torna a parlare delle vicende riguardanti la mancata estradizione e in un’intervista all’emittente brasiliano Globo dice: “Non conosco e non ho mai avuto rapporti con Lula o con ministri brasiliani.Lula era un presidente della Repubblica, non credo abbia preso una decisione come quella che mi ha riguardato per amicizia”. Il riferimento è alla decisione presa da Lula lo scorso 31 dicembre, quando nel suo ultimo giorno di presidenza respinse l’estradizione richiesta dall’Italia, decisione ribadita a giugno dal Supremo Tribunal Federal. “Lula è venuto a conoscenza del processo, di quanto veramente stava succedendo con me”, ha proseguito Battisti, aggiungendo che sarebbe pronto a incontrare l’ex capo dello Stato: “Se avessi un’opportunità e senza interferire con la sua agenda, mi piacerebbe conoscerlo personalmente e ringraziarlo per la mia liberazione”.

“Mi sento quasi brasiliano” Cesare Battisti ha avuto qualche giorno fa il documento che il Brasile rilascia ai cittadini stranieri residenti nel paese e pertanto ormai si considera “quasi un cittadino brasiliano”. “Ho un nuovo documento, sono quasi brasiliano, manca poco – ha detto Battisti – Questo primo passo è per me molto importante. Ora posso circolare per le strade con il documento, senza il quale prima non esistevo. È una sensazione strana”.

Progetto di legge per concedere estradizione Intanto, un progetto di legge avanzato da un deputato brasiliano chiede di permettere l’estradizione anche se il reo ha ottenuto già asilo in Brasile. La nuova legge che è oggi all’esame delle commissioni esteri, difesa e costituzione e giustizia, è del deputato del partito di governo Pmdb, di Bahia, Arthur Oliveira Maia, e scaturisce direttamente dal caso Cesare Battisti. La legge in vigore afferma che il riconoscimento della condizione di rifugiato impedisce il proseguimento dei processi di estradizione. Nella valutazione dell’autore della proposta di legge “questo è stato solo un fattore che ha complicato i processi di estradizione, perché costringe il Supremo Tribunale Federale (Stf) a decidere in modo preliminare sull’eventuale legalità dell’atto di concessione dell’asilo, prima di pronunciarsi sul merito dell’estradizione”. Il testo determina anche che la richiesta di estradizione proveniente da un paese straniero sospenda, fino alla decisione definitiva del Stf, ogni processo in corso sul riconoscimento della condizione di rifugiato. In più, riferendosi al caso Battisti, il deferimento della richiesta di estradizione dalla Corte Suprema implicherà la perdita della condizione di rifugiato. Battisti ha ottenuto l’otto giugno scorso la concessione dell’asilo al termine del processo di estradizione, ed è quindi stato immediatamente liberato, dopo una reclusione durata più di quattro anni.

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Altro che scudetti da vedersi riconsegnati in bacheca, la Juventus dovrebbe restituirne tre indebitamente ottenuti. Questo il pensiero di Marco Travaglio, noto giornalista che dalle colonne dell’Espresso lancia la sua accusa alla Juventus, recente protagonista di una richiesta di revoca del titolo assegnato all’Inter nel 2006. Travaglio parte della considerazione che i fatti dell’epoca sono ormai prescritti e che sarebbe stato preferibile che l’Inter rinunciasse alla prescrizione e andasse dunque a processo accertando i fatti, per ricollegarsi alla famosa vicenda doping scoppiata alla fine degli anni novanta:

“L’Agnellino (Andrea Agnelli, ndr) dovrebbe dare una ripassata alle 49 pagine della sentenza del 2006 con cui la Cassazione, ribaltando le assoluzioni d’appello, dichiarava i vertici bianconeri colpevoli di aver “dopato” i giocatori con sostanze proibite oppure lecite ma usate in dosi e con metodi vietati, dal luglio ’94 al settembre ’98 (l’età dell’oro di Marcello Lippi), alterando le prestazioni e dunque truccando ben quattro stagioni sportive. Colpevoli, sia Giraudo sia il medico sociale Riccardo Agricola, di un unico “disegno criminoso” a base di frode sportiva e somministrazione di farmaci in modo pericoloso per la salute; ma salvi per prescrizione, in quanto i reati si erano estinti pochi giorni prima a causa della lunghezza del processo. Sia per Giraudo, assolto in primo e in secondo grado, sia per Agricola, condannato in tribunale e assolto in appello, la Suprema Corte dava ragione al pm Raffaele Guariniello e disponeva l’annullamento dell’ultimo verdetto perché “questo collegio ha ritenuto che la condotta degli imputati integri il delitto” di frode in competizioni sportive. Il reato insomma c’era, ma era “estinto per prescrizione”. Il medico, su mandato dell’amministratore delegato, imbottiva i calciatori di “sostanze vietate” come i “corticosteroidi”, e anche di farmaci non vietati ma somministrati ad atleti sani per potenziarne il rendimento, “in modo pericoloso per la salute”. E anche per la genuinità delle classifiche, violando la legge che tutela “la regolarità e la correttezza delle competizioni, poste in pericolo dalla sleale alterazione chimica delle prestazioni”.

Travaglio puntualizza come la Juventus allora si sia avvalsa della prescrizione per non incorrere in un nuovo processo che avrebbe avuto esito sicuramente sfavorevole e la conseguente revoca dei titoli vinti in quel quadriennio, cioè tre scudetti, una Champions, due Supercoppe italiane, una Supercoppa europea e un’Intercontinentale. Secondo Travaglio, se quello del 2006 è stato lo scudetto dei “prescritti” piuttosto che quello degli onesti, Agnelli dovrebbe restituire tutti quei trofei “per dare il buon esempio all’Inter”.

(Tuttomercatoweb.com)

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La ricetta anticrisi di Vendola: un ufficio ad hoc per la sua portavoce, Susanna Napolitano, e il raddoppio della task force per l’occupazione (5 esperti che diventano 10). Tutto a spese nostre. I giornali locali zittiscono l’opposizione che grida allo scandalo.

Roma – Il precariato questa brutta rogna che qualche leader combatte per davvero, non a ciance. Prendete Nichi Vendola. Anche ad agosto, invece di aprire ricci e cozze in riva al mare, si occupa di lavoro. Eccome se ne occupa. Ha persino raddoppiato la task force sull’occupazione in Puglia (5 esperti che diventano 10) e ha creato un ufficio ad hoc per la sua portavoce, Susanna Napolitano. Tra presidenze illustri ci sarà pure del feeling, ma la parentela è solo un caso, una coincidenza che la bravissima nipote del presidente della Repubblica lavori per il presidente della Puglia. Un governatore che prometteva primavere che però tardano a sbocciare. L’allenatore nel pallone Oronzo Canà ormai lo stacca di molte posizioni nella classifica dei pugliesi più amati da quelli che tweettano, cliccano «mi piace» su Facebook e Youtube. Nichi Vendola, il poeta con la «s» sifula, il governatore nel pallone, è ormai «tallonato» – riporta famecount.com – pure da certa Emma, una salentina che cantava ad Amici (ecco forse Vendola farà un salto dalla De Filippi, come fece Fassino, per ingraziarsi le massaie conservatrici pro domo sua?). «Vendola e la rete, il feeling è più soft» riassume morbidamente il Corriere del Mezzogiorno, solitamente tenero col governatore, che gode di molta stampa amica. Nessuno dei giornali pugliesi ha dato spago all’opposizione in Regione che da qualche giorno mitraglia comunicati stampa sulle ultime «duplicazioni» del mago Vendola. Due raddoppi, come si diceva: quello della comunicazione della regione Puglia, e quello della «task force per l’occupazione», cioè gli esperti chiamati ad aiutare chi cerca lavoro, e che nel frattempo hanno risolto il loro. «Poche migliaia di euro – dice l’assessore di Vendola – per affrontare con professionalità crisi aziendali difficili». Ma il Pdl pugliese fa l’ironico: «Il raddoppio della task force contribuisce direttamente alla soluzione della questione che dovrebbe affrontare…».
L’altra polemichetta pugliese riguarda la comunicazione. Il 3 agosto scorso il direttore dell’«Organizzazione» della Regione Puglia ha vergato una «Determinazione» che «configura» «due uffici non dirigenziali, stampa del Presidente e stampa della Giunta regionale, con il sottoelencato contingente per ciascuno di essi: n. 1 caporedattore, n. 2 giornalisti». Da uno, due. Di nuovo l’ironia del Pdl locale: «Vendola istituisce ex novo un Ufficio stampa, previa onerosa scissione di quello già esistente, tutto e solo per il Presidente, al quale pure non si può dire manchi l’attenzione continua ed adorante dei mass media». I due capiredattori per i due uffici sono già belli e pronti. Chi altri mettere alla guida dell’Ufficio stampa del Presidente Vendola, se non la sua attuale portavoce (già inquadrata come caporedattore a 91.701 euro lordi l’anno), Susanna Napolitano? Che ci va per tre mesi, fino a «disegno normativo ad hoc». Per gli altri 4 posti così creati (due giornalisti per ognuno dei due uffici stampa) invece «si provvederà con successiva disposizione alla copertura dei posti vacanti», chiarisce il dirigente.
Non abbastanza per l’opposizione, coadiuvata in altri casi anche da Idv e Udc, come nel terzultimo «raddoppio», la nomina (del 2 agosto, mese fervido per la Regione Puglia) di sette consulenti per il Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici regionali. Costo: un milione e mezzo in tre anni. E potevano farlo internamente. Chiedere a Vendola? Sarebbe insensato. Come spiegò in un suo appassionante libro, «non sono la persona deputata alle risposte, posso solo allargare l’ambito delle domande».

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E’ già finita la luna di miele. Tariffe aumentate, moschee in ogni quartiere, poltrone per gli amici. La ricetta dell’avvocato rosso per la città non piace neanche ai suoi. E a Napoli? Mentre la città resta sommersa dai rifiuti, De Magistris pensa a invitare il presidente Usa e alla Coppa America di vela.

Niente vento sul lungomare, solo tanto caldo e tanti corpi vicini, stesi sul triangolo di sabbia marroncina della rotonda Diaz, stretti tra il bianco delle rocce punteggiate di lattine, bottiglie e cartacce e il nero dell’asfalto. A mezzogiorno il blitz. Sono in trenta, vestiti come astronauti, tutti avvolti in una tuta di plastica candida, con degli strani attrezzi nelle mani. Sembrano degli alieni. Chissà, dicono i bagnanti, sarà un colpo di sole. Invece sono i precari e disoccupati della Astir e dell’Arpac, che con sacchi e ramazze cominciano a pulire la scogliera. «Possiamo fare tanto per la città – sostiene Gennaro Di Gennaro – e la nostra azione lo dimostra. Comune e Regione devono ascoltarci, si possono creare migliaia di opportunità e di posti di lavoro, basta volerlo».
La raccolta fai-da-te. È questa dunque, due mesi e mezzo dopo l’insediamento della giunta arancione di Gigi De Magistris, l’ultima speranza dei napoletani per liberarsi della munnezza? Altro che differenziata, altro che navi per l’estero. Ai Quartieri Spagnoli si sono già organizzati: gli stessi ceffi che, guidati da una macellaia dei vicoli, qualche settimana fa davano fuoco ai cumuli di rifiuti, adesso collaborano e portano a valle i sacchetti accumulandoli in via Toledo, dove i mezzi dell’Asia possono caricarli più facilmente. E l’altro giorno è scesa in campo pure miss Campania, Valentina Cammarota, una bella mora ventenne di Fuorigrotta che, in minigonna e fascia al petto, si è fatta fotografare nei panni di operatrice ecologica. «Napoli è stupenda e non merita questo scempio. Bisogna aiutarla in qualunque modo. Se tutti facessero come me…».
La spazzatura resta quindi in cima alla lista. Luigi De Magistris, subito dopo la sua elezione, si era sbilanciato parecchio. «Libererò Napoli dall’immondizia in cinque giorni», dichiarò sulle ali dell’entusiasmo. Adesso la situazione è sintetizzabile nella foto pubblicata domenica dal Mattino, dove si vede l’ospedale Loreto Mare affacciato su quello che doveva essere un parco e che invece è un’orrenda discarica. «Sono davvero arrabbiata – dice Lorenza Mochi, sovrintendente al polo museale – abbiamo un patrimonio culturale enorme e non valorizzato. Bisogna lavorare sodo, togliere la munnezza e far vedere i nostri tesori».
In ogni caso la città-vetrina sembra più pulita. Le piramidi di sacchetti sono sparite, almeno dal centro, i roghi calati, le proteste scemate. Tanto da far dire al sindaco che «siamo convinti di potercela fare». L’obbiettivo è di arrivare entro l’anno al 75 per cento di raccolta differenziata: oggi è ferma al sedici. Illusioni? Intanto da settembre partiranno le navi che porteranno in Germania 50mila tonnellate di rifiuti, facendo rifiatare i depositi già stracolmi.
De Magistris è ottimista. Ma l’equilibrio è precario e si regge sulla sponda che gli ha offerto Silvio Berlusconi e sulle ordinanze del presidente della Regione Roberto Caldoro, che, superando le disposizioni di legge, consentono a Napoli di trasferire i rifiuti nelle altre riluttanti province campane. Crisi tamponata, ma il sistema non reggerà in eterno. I provvedimenti del governatore – siamo già al quarto – si basano sull’emergenza: quando le strade di Napoli saranno sgombre dai cumuli, l’emergenza non ci sarà più e la munnezza non potrà essere dirottata a Salerno o Avellino. È un serpente che si morde la coda. Dice il professor Antonio Giordano, oncologo e ricercatore: «Il sindaco alzi gli occhi dal problema del decoro. Non basta lavare il malato, occorre sradicare il cancro e si può fare solo con le bonifiche».
Eppure ’o sindaco già sogna in grande stile. Ha scritto a Barak Obama, invitandolo e visitare la nuova Napoli. Ha spinto per la candidatura del Golfo a ospitare la prossima Coppa America di vela. Ha dichiarato la guerra agli ambulanti e agli abusivi. Ha programmato un rilancio del turismo quando l’Unesco ha inserito il Vesuvio tra le sette meraviglie naturali dell’universo. Ha fatto un giro di campo e di applausi con Aurelio De Laurentiis: il comune troverà nel suo magro bilancio 250 milioni per adeguare il San Paolo alla Champions League.
De Magistris vuole lasciare il segno. Nel frattempo, prima ancora dei canonici cento giorni, raccoglie le prime critiche, anche interne. A cominciare dal centrista Raimondo Pasquino, presidente del consiglio comunale: «Basta proclami, pensiamo a migliorare i servizi. Obama? Bisogna investire tutte le energie sui problemi quotidiani, non sugli eventi». E lo storico Giuseppe Galasso. «A che serve avere il Vesuvio tra le sette meraviglie se non si risolvono le emergenze dei rifiuti, del lavoro, della criminalità?».
Forse è presto per dire che la luna di miele è finita. Ma gli scontenti tra i suoi alleati sono tanti. Basta sentire Umberto Ranieri: «Una giunta mediocre». E se il Pd, rimasto ai margini, lo aspetta la varco, i vendoliani già lo chiamano Napoleone. Manganellate per allontanare i disoccupati del progetto Bros, sostanze urticanti per sloggiare gli immigrati da un capannone, modi spicci anche con gli abusivi del suk di piazza Garibaldi, che poi si sono incatenati davanti al comune. Giggino ’a manetta non piace più al popolo arancione?

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L’avvocato ultrarosso Giu­liano Pisapia è una brava persona. E a riconoscerglielo sono soprattutto gli avversari. Ma di qui a dire che sarà un buon sindaco, la strada è lunga e lastricata di buone intenzioni. Che son quelle che portano all’inferno. Soprattutto se son rosse alla Nichi Vendola, ritinteggiate di arancione con un’operazione di marketing elet­torale che va molto di moda. Anche se a sintetizzare i suoi primi due me­si, il quadro è già piuttosto chiaro. O scuro. Più tasse e aumento delle tarif­fe, biglietto del bus a 1,50 euro, pro­messa di revisione del catasto immo­biliare ( più Ici) e della tassa sulle im­mondizie (più Tarsu), più Ecopass per circolare in auto, più moschee, più rom in città, più aiuti agli extraco­munitari e alle coppie di fatto (com­prese quelle gay, il patrocinio al gay pride è già arrivato), più centri socia­li, più sballo e rave party notturni. Poi,ultima notizia,«il Comune adot­ta i profughi». Assistenza sanitaria e legale in attesa del permesso di sog­giorno. Tanti «più» che, siccome alla fine il risultato dovrà pur essere «ze­ro », significano altrettanti «meno». Meno soldi nelle tasche dei milane­si, meno aiuti alle giovani coppie,me­no libri gratis per le scuole dell’obbli­go, meno risorse per le case popola­ri, meno bonus cicogna, meno ripo­so n­otturno e forse anche un po’ me­no sicurezza. Tanto per cominciare. Ché questo è solo l’inizio.Come ha fiutato anche Marco Travaglio che sul Fatto ha già titolato«Smiracolo a Milano».E quel­la è gente che non è certo sospettabi­le di rimpiangere Letizia Moratti. O come ha ben fotografato Matteo Sal­vini, leghista giovane e sveglio, dopo la processione di imam con barba e copricapochel’altrogiornohavarca­to per la prima vol­ta nella storia il por­tone di Palazzo Marino per chiedere moschee.«Pisapia-ha scosso il capo Salvini- passa più tempo a incontra­re rom e islamici che i milanesi delle periferie».Solo un buffetto a confron­to del violento attacco di Carmela Rozza, il capogruppo del Pd in consi­glio comunale. «Le moschee? Io avrei evitato di farne un caso estivo. Prima dobbiamo coinvolgere i citta­dini ». Non male per chi rappresenta il maggior partito della coalizione. Solo una delle tante polemiche al ve­leno. Con il segretario della Cgil Ono­rio Rosati che, dopo l’introduzione dell’Irpef per la prima volta a Milano e l’aumento del biglietto Atm, gli ha dato del «Pisapia è come Tremonti, a pagare sono sempre gli stessi». Per­ché «da una giunta di centrosinistra ci aspettavamo più coraggio e spirito innovativo».Una lapide su un’ammi­nistrazione ancora in culla. Con tan­to di epigrafe: «Non ci servono ragio­nieri con i conti del salumiere, ma scelte politiche». Pisapia salumiere. I dipietristi dell’Idv, invece, rimasti fuori dalla giunta sparano sulle as­sunzioni dei compagni di partito con stipendi d’oro. «Caro Pisapia, chi chiede sacrifici ai cittadini, non può elargire stipendi favolosi. Non era questo che ci aspettavamo da lei». Luna di miele già finita? Di sicu­ro non è nemmeno cominciata quel­la con i centri sociali dove il sindaco ha pescato voti e appoggio, ma il cui ultimo slogan è «Pisapia pezzo di merda». Più feeling c’è con i magistrati. Il cui orologio questa volta non ha fun­zionato. E le indagini sulla tangento­poli rossa di Sesto San Giovanni che sta coinvolgendo l’ex braccio destro di Pierluigi Bersani Filippo Penati, son finite sui giornali a urne già chiu­se e vittoria incassata. Non succede così quando a essere indagati son quelli del centrodestra. Dicono che Pisapia sia metodico. Di certo rigoroso è stato nel più vio­lento spoil system che mai a Milano si sia visto. Via direttore generale e ca­po di gabinetto, sostituiti da Davide Corritore e Maurizio Baruffi, le ani­me della sua campagna elettorale, via dal Comune i 30 dirigenti esterni nominati dalla Moratti, via gli addet­ti­ alla comunicazione compresi i pre­cari storici. E via anche i manager del­le società controllate. Compreso Elio Catania, nonostante l’Atm sia l’unica azienda di trasporti in attivo in tutto il Paese. In compenso arriva Gianni Confalonieri come responsa­bile delle Relazioni istituzionali. Co­sto 120mila euro all’anno. Nel curri­c­ulum alla voce professione sempli­cemente «dirigente di partito», per­ché il commissario politico è un ex se­natore di Rifondazione comunista, per cui anche Pisapia sedette in par­lamento. Mentre i nuovi assunti al­l’ufficio stampa li pesca tra i militanti e con loro disappunto non sono in­quadrati come giornalisti, ma sem­plicemente «istruttore  direttivo dei servizi amministrativi». Con tutto ciò che consegue in termini di stipen­dio e contributi. Il sindacato dei gior­nalisti di solito così attento? Tace. Co­me tacciono i giornaloni che, fiutata l’aria,pubblicano interviste che asso­migliano a dolciastri peana. Taccio­no, in attesa di notizie, le cooperative rosse calce e martello dopo che Pisa­pia ha bloccato il piano urbanistico già approvato dalla Moratti. Perché Pisapia gode di buona, anzi di ottima stampa.Un po’ come i Zapatero e gli Obama degli inizi, salutati come nuo­vi p­rofeti delle magnifiche sorti e pro­gressive dell’umanità. Poi s’è visto com’è andata a finire con il crack del­l­’uno e i capelli precocemente ingri­giti dell’altro. E son già pronti per la rottamazione perché le buone inten­zioni si scontrano con la realtà. Così va il mondo al tempo del ven­to nuovo. Quello rosso mascherato da arancione che oggi soffia a Mila­no, ma che presto potrebbe investire anche altre città. E, magari, anche i palazzi romani.

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Il biglietto per i mezzi pubblici aumenterà da settembre passerà da un euro a 1,50 euro. Verrà, poi, introdotta una addizionale Irpef pari allo 0,2% del reddito.

Milano - Quanto aveva preannunciato il centrodestra in campagna elettorale ha già iniziato ad avverarsi. Le prime mosse per mettere mano alle tasche dei milanesi è aumentare il biglietto dell’Atm del 50 per cento e introdurre una addizionale Irpef pari allo 0,2% del reddito. Niente da meravigliarsi, però. Il neo sindaco Giuliano Pisapia segue la ricetta di Nichi Vendola e fa cassa inserendo una serie di gabelle che graveranno pesantemente sui risparmi dei cittadini. PerPisapia, sono due “misure dolorose” ma “indispensabili” per evitare di tagliare i servizi essenziali e per rispettare il Patto di stabilità. In realtà, per cinque anni, l’ex sindaco Letizia Moratti era riuscita a far quadrare i conti senza mai aumentare le tasse ai milanesi. “Cercheremo di contrastate questa sventagliata di gabelle – assicura Riccardo De Corato – che si scaricheranno sulle spalle dei milanesi, sopratutto sul ceto medio, sul quale si abbatterà una stangata di non poco conto che bastonerà chi è già bastonato”.

La prima stangata di Pisapia Il biglietto per i mezzi pubblici a Milano aumenterà da settembre del 50 per cento, passando da un euro a un euro e cinquanta centesimi. “Quinsquiglie”, diranno i più. In realtà, un euro e cinquanta ad andare fa tre euro con anche il ritorno. Se si moltiplica su una settimana gli euro da sborsare in più sono almeno sette. E così via. La decisione, annunciata oggi dall’assessore alla Mobilità del Comune Pierfrancesco Maran, verrà deliberata nel corso della prossima Giunta in programma il 29 luglio. All’aumento del prezzo corrisponderà un incremento della durata della validità del ticket (da 75 a 90 minuti), mentre l’adeguamento tariffario non intaccherà gli abbonamenti annuali. Inoltre, il provvedimento prevede l’esenzione dal pagamento del biglietto per gli over 70 con reddito Isee sotto i 16 mila euro annui, “circa il 50 per cento di chi ha più di 70 anni”, ha assicurato Maran. Una piccola nota anche sugli sconti di Pisapia: in campagna elettorale l’allora candidato della sinistra aveva promesso che lo avrebbe dato gratis agli over 65.

Una mossa annunciata Sebbene la giunta Pisapia accusa il governo di aver tagliato i fondi per il trasporto pubblico, la stangata sull’Atm era stata annunciata subito dall’assessore al Bilancio Bruno Tabacci che aveva assicurato che avrebbe usato qualsiasi leva pur di recuperare tutti quei milioni di euro che gravano sulle casse comunali dopo aver deciso di non vendere più le quote della Serravalle. A suo tempo l’ex assessore Giacomo Beretta aveva smascherato Tabacci spiegando che con “leve” intendeva mettere mano al costo dei biglietti dell’Atm e aumtare l’Irpef. Una stangata già annunciata, insomma. Saranno 332mila i milanesi che pagheranno un’addizionale Irpef dello 0,2%: nelle casse del Comune entreranno 44 milioni di euro. “Questa variazione del bilancio è una scelta obbligata – ha detto Tabacci illustrando le novità alla stampa – e serve a salvaguardare il futuro dei milanesi”. A pagare saranno i cittadini con un reddito annuo superiore a 26mila euro e dunque secondo i calcoli di Palazzo Marino saranno 450mila i milanesi esenti. “Si tratta di un’addizionale bassa – ha sottolineato Tabacci – per darvi un’idea i milanesi con un reddito fra 26mila e 33.500 euro pagheranno 56,99 euro di tasse all’anno”.

Le prossime stangate di Pisapia La stangata sul biglietto Atm e sull’Irpef è solo la prima mossa di Pisapia. Il Comune ha, infatti, in programma anche di incidere sull’evasione e l’elusione fiscale, in particolare sulla Tarsu e sulle imposte che dipendono dall’amministrazione municipale come l’Ici. L’obiettivo è quello di arrivare a un ulteriore rivalutazione degli estimi catastali e di recuperare imponibile, insieme all’Agenzia delle entrate, dall’incrocio delle banche dati. Sul fronte della riduzione della spesa i tagli, al momento, ammontano a 22 milioni di euro più i 28 già previsti dall’amministrazione Moratti. Per il 2012 l’obiettivo è quello di arrivare a una revisione “da zero” delle uscite d’intesa con i Comuni di Torino e Genova. Resta infine il capitolo delle alienazioni, in particolare il 18,6% di Serravalle e il 33% di Sea che ha avviato le procedure per il collocamento in Borsa, Tabacci ha fatto riferimento a “poste che definire ballerine è un eufemismo”. In ogni caso l’approfondimento avviato dalla Provincia di Milano, altro azionista di Serravalle, su misure per allettare investitori, viene definito “positivo”, mentre sulla società aeroportuale pesa l’incertezza sulle tariffe.

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Gianfranco e Silvio, prove di disgelo. Si sono incontrati qualche giorno fa e a breve un nuovo summit. Pensano a fronte comune.

Si sono già incontrati, a cena, qualche giorno fa, subito dopo quelle due strette di mano, cercate e non casuali alla Camera in occasione del discorso del premier, che sono l’argomento sussurrato vero della dolorosa politica di crisi agostana. In una Camera incredibilmente popolata, almeno fino alle cinque del pomeriggio quando si chiudono gli uffici (si vede che non vogliono rischiare che i nostri parlamentari lavorino troppo), un politico che le cose le sa perché le ha viste ci conferma che torneranno a cenare insieme forse già domani, forse in Sardegna, e nel giro di qualche settimana gli effetti della pace si vedranno. Il primo ha bisogno di tornare alla struttura solida di maggioranza del tempo che fu per affrontare la tempesta economica e il varo di misure che rischiano l’impopolarità diffusa, il secondo ha fallito nel progetto di spallata, ha verificato che il progetto di un Terzo Polo non decolla, teme di essere preceduto da Pier Ferdinando Casini, tutti e due sono pentiti e pronti a perdonarsi.

Potete rubricarlo sotto il titolo sarcastico ed evocativo che preferite, «Che fai, mi riprendi»?,  o il ritorno del figliol prodigo, tanto tuonò che piovve, molto rumore per nulla, la situazione è grave ma non è seria, oppure potete accettare che politics is politics, specialmente ai tempi della peggior crisi economica mondiale che si potesse prevedere: fatto sta che Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sarebbero sul punto di siglare un accordo che ha del clamoroso, visti i toni, la durezza, le imboscate, che caratterizzarono un anno fa la rottura di un’alleanza che sembrava inossidabile.

Tutto perdonato, dopo settimane, forse mesi, di un ordito faticoso tramato abilmente da alcuni uomini di Fli, come Alessandro Ruben, discreto esponente della comunità ebraica italiana e non solo, osservato con benevolenza da un superpotente del Pdl come Denis Verdini, che gradirebbe un ridimensionamento delle aspirazioni degli esponenti della vecchia An rimasti con Berlusconi, infine sancito su ordine del capo proprio dal falco numero uno, almeno del falco più esposto mediaticamente nella diaspora finiana, ovvero Italo Bocchino con la sua intervista inaspettata al Corriere della Sera.

Che ci sia stato anche un intervento di Angelino Alfano non è confermato: il coordinatore sembrava più interessato a tessere il rapporto con Casini, e la semplice confidenza dovuta all’abitare nello stesso palazzo di Bocchino che affaccia su villa Borghese non è sufficiente, ma forse aiuta. Di più: l’ipotesi che un’Udc stanca della deriva a sinistra di Bersani e del Pd (destinata a peggiorare se non altro per pressione della Cgil in occasione della manovra), sia pronta a riavvicinarsi al governo potrebbe aver spinto Fini ad affrettare le mosse di riconciliazione. Quanto al premier, tra i due preferisce quello che conosce meglio. E i falchi irriducibili, i Granata, i Briguglio, le Perina? Peggio per loro, tutti al Fatto, e questa è la prima buona notizia certa in attesa di sapere se qualcuno dei Responsabili un tanto a posto di governo saranno anche loro messi da parte. Il popolo furibondo da una parte e dall’altra, gli scapigliati di Futuro e Libertà, esaltati dal mito della cacciata, arringati  contro il Cav dai Filippo Rossi, ma anche gli elettori del Pdl che si sono sentiti mortificati, insultati, umiliati dalle accuse di Fini? Ecco, a tutti loro, se davvero sigleranno una pace stabile, i due leader dovranno spiegazioni convincenti.

Gli eventi conosciuti fino all’indiscrezione che abbiamo raccolto su una cena, anzi due, erano due strette di mano e un’intervista.  Non era sfuggito infatti lo scambio di cortesie della scorsa settimana, quando in occasione del discorso di Berlusconi a Montecitorio, Fini lo attese all’ingresso per stringergli la mano e accompagnarlo ai banchi del governo e il premier ricambiò a fine seduta aspettando che il presidente della Camera scendesse dal suo scranno per una seconda stretta di mano. Non una semplice formalità, visti i rapporti gelidi dell’ultimo anno, per tacere di quel 14 dicembre quando alla Camera Fini fu il regista del tentativo di sfiducia al governo. Ma da qualche giorno sono diventate quotidiane le dichiarazioni  di esponenti di primo piano dei due partiti, sulla necessità di «costruzione di un fronte unico per arginare la minaccia della crisi economica».

Poi l’intervista al Corsera di Bocchino, incredibile per chi abbia seguito nell’ultimo anno l’escalation di attacchi riservati a Silvio Berlusconi e al governo, e  dunque significativa di una vistosa marcia indietro. «Noi di Fli su Berlusconi abbiamo già espresso il nostro giudizio. Auspicando, come si sa, un suo passo indietro. Ma visto che non ha alcuna intenzione di procedere in tale direzione, e considerato però che la nazione vive ore drammatiche, francamente non ci sembra il caso di continuare a litigare». «Noi rompemmo con Berlusconi per tre motivi. Uno: chiedevamo un coordinatore unico e al coordinatore unico, con Alfano, siamo arrivati, sia pure in ritardo. Due: chiedevamo che in politica economica non fosse dispensato un ottuso ottimismo, come alla fine sta accadendo. Tre: segnalavamo un appiattimento sulla Lega, problema che anche nel Pdl, in qualche modo, comincia ad emergere. Fini chiedeva tre cose, e tre cose, mi sembra, sono politicamente accadute». Non se la prenda Bocchino: gli argomenti sono risibili, la rivendicazione di una qualunque vittoria campata per aria, ma se sta bene a Berlusconi, buon appetito non si dice, buona fortuna sì.

di Maria Giovanna Maglie (libero-news.it)

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Il leader Idv rivela: “Sono del 1950 e a ottobre compirò 61 anni. Mi toccherà stare in politica ancora per un pò di tempo, ma quando deciderò di pensionarmi vorrei tornare a vivere nella masseria di Montenero di Bisaccia, dove sono nato, facendo il contadino”.

Roma – Cosa farà Antonio Di Pietro quando lascerà i Palazzi romani? Il contadino. A svelarlo è proprio il leader dell’Italia dei Valori in una intervista sul settimane Oggi: “Ho riavviato la piccola azienda agricola che fu di mio padre”.

La decisione dell’ex pm Da magistrato a contadino. Con una lunga parentesi nella politica. Sarà questa, con buone probabilità, la parabola di Di Pietro. “Sono del 1950 e a ottobre compirò 61 anni. Mi toccherà stare in politica ancora per un pò di tempo, ma quando deciderò di pensionarmi vorrei tornare a vivere nella masseria di Montenero di Bisaccia, dove sono nato, facendo il contadino”, racconta il leader dell’Idv in una intervista sul settimanale domani in edicola. “In questa prospettiva – conclude l’ex pm – ho riavviato la piccola azienda agricola che fu di mio padre, ho ripiantato la vigna, ho sistemato la stalla e ho rimesso gli animali”.

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Si mettono in fila, come penitenti, e s’inchinano al Grande Inquisitore per ottere la patente di bravi figlioli. Da qualche settimana si è imposto all’attenzione delle cronache un nuovo genere letterario: la lettera a Marco Travaglio. Un tempo si leggevano le corrispondenze dei grandi scrittori ai loro maestri intellettuali, ora leggiamo le missive contrite dei politici al vicedirettore del Fatto. Come genere è quasi neo-testamentario, tipo le missive di San Paolo. Non a caso i messaggi non sono mai spontanei, arrivano sempre in replica a qualche invettiva scagliata dal cronista con i ricci (sempre più radi). Immaginiamo i redattori del giornale di Antonio Padellaro che nella riunione mattutina ascoltano in silenzio religioso la lettura: «Dalla lettera di Travaglio a Bersani. “In quel tempo…”». E intanto Luca Telese si diletta ad aspergere l’incenso.
I capetti della sinistra, nessuno escluso, si sono accodati per baciare la manetta a Monsignor Travaglioni. Ieri è toccato a Nichi Vendola, chiamato a giustificare il suo rapporto e i legami della sanità pugliese con Don Verzè, che l’orecchinato governatore ha prontamente scaricato. Pochi giorni fa nel confessionale si era accomodato Pier Luigi Bersani. Prima ancora era stato convocato Massimo D’Alema e a entrambi fu chiesta ragione della “questione morale” nel Pd. Persino Fini ha risposto a una serie di questioni sul taglio degli sprechi. Uno può obiettare: ma Fini mica è un leader della sinistra. Beh, tra «leader» e «sinistra», il termine meno attinente a Gianfranco è certamente «leader».    Come ogni genere letterario, anche la “lettera a Travaglio” ha le sue regole inderogabili. Lo scrivente deve rispondere con un’articolessa sterminata, in cui è obbligato ad ammettere qualche colpa – di solito un errore umano, che possa commuovere un po’ il lettore – ma ribadisce di essere estraneo a qualsiasi malaffare. In sostanza, Travaglio chiede: «Rinunci a Satana» (cioè a essere assimilabile a Berlusconi)? La vittima di turno è obbligata a rispondere: «Rinuncio».
Ovviamente, la replica non è mai soddisfacente. Il vescovo sua eccellenza Mons. Travaglio Maria Manettoni non concede mai l’assoluzione totale a chi si cosparge il capo di cenere. A seconda del grado di contrizione del politico, egli misura il livello di cattiveria da applicare nel responso. Poi sibila: «Vai e non peccare più».
Con Vendola, dimostratosi piuttosto lagnoso e comunque amato da una parte dei lettori del Fatto, Marco è stato magnanimo: «Se le dicessi che le sue risposte mi soddisfano, mentirei». E ha proposto un supplemento di penitenza: «La invito pertanto a un serrato confronto in redazione». Che è come invitare uno al tribunale dell’inquisizione. Con Bersani e D’Alema era stato più crudele, però.
Non trattiamo qui del contenuto delle lettere, perché nessuno – tranne qualche fanatico devoto di San Schiavettone – ha il coraggio di leggerle, tanto sono capziose. Travaglio pone quesiti e obiezioni che ai più sfuggono. L’importante, per la massa, è vedere che il leader si è inchinato.
Bersani mica si sogna di rispondere alle domande di Libero, poche e cristalline. Noi, dopotutto, siamo orrendi berlusconiani. Però replica a Travaglioni perché deve dimostrare superiorità morale. Ecco il dramma: il giustizialismo sfrenato viene percepito come qualcosa a cui piegarsi per soddisfare la folla armata di forcone. Non c’è nulla di male nel fare chiarezza,  anzi qualche parolina in più sui loro affari i politicanti di cui sopra dovrebbero dirla. Ma qui si pretende la gogna. I vari Vendola e Bersani sono disposti anche a questo: non sapendo a quale santo votarsi, scelgono San Marco. E s’incamminano all’inferno di propria volontà.

di Francesco Borgonovo (libero-news.it)

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