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Archivio per marzo 2012

L’accisa è un’imposta che grava sulla quantità dei beni prodotti, a differenza dell’IVA che incide sul valore. Mentre l’IVA è espressa in percentuale del valore del prodotto, l’accisa si esprime in termini di aliquote che sono rapportate all’unità di misura del prodotto.

Nel caso dei prodotti energetici si hanno aliquote rapportate al litro considerato alla temperatura di 15 °C, come nel caso della benzina e del gasolio, oppure al chilo come ad esempio sugli oli combustibili e dei GPL.

L’accisa concorre a formare il valore dei prodotti, ciò vuol dire che l’IVA sui prodotti soggetti ad accisa grava anche sulla stessa accisa.

Nel territorio italiano, sull’acquisto dei carburanti gravano un insieme di accise, istituite nel corso degli anni allo scopo di finanziare diverse emergenze. Alcune di esse, però, risultano talmente anacronistiche (la meno recente prevede tuttora il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935) da suscitare non poche polemiche al riguardo.

L’elenco completo comprende le seguenti accise:

  • 1,90 lire (0,00103 euro) per il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935-1936;
  • 14 lire (0,00723 euro) per il finanziamento della crisi di Suez del 1956;
  • 10 lire (0,00516 euro) per il finanziamento del disastro del Vajont del 1963;
  • 10 lire (0,00516 euro) per il finanziamento dell’alluvione di Firenze del 1966;
  • 10 lire (0,00516 euro) per il finanziamento del terremoto del Belice del 1968;
  • 99 lire (0,0511 euro) per il finanziamento del terremoto del Friuli del 1976;
  • 75 lire (0,0387 euro) per il finanziamento del terremoto dell’Irpinia del 1980;
  • 205 lire (0,106 euro) per il finanziamento della guerra del Libano del 1983;
  • 22 lire (0,0114 euro) per il finanziamento della missione in Bosnia del 1996;
  • 0,02 euro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004.
  • 0,005 euro per l’acquisto di autobus ecologici nel 2005;
  • 0,0051 euro per far fronte al terremoto dell’Aquila del 2009.
  • da 0,0071 a 0,0055 euro per il finanziamento alla cultura nel 2011;
  • 0,04 euro per far fronte all’emergenza immigrati dovuta alla crisi libica del 2011;
  • 0,0089 euro per far fronte all’alluvione che ha colpito la Liguria e la Toscana nel novembre 2011;
  • 0,082 euro per il decreto “Salva Italia” nel dicembre 2011.
  • 0,02 euro per far fronte al terremoto dell’Emilia del 2012.

Il totale è di circa 0,41 euro (0,50 euro iva inclusa). Inoltre, dal 1999, le Regioni hanno la facoltà di imporre tasse regionali sui carburanti.

A ciò si somma l’imposta di fabbricazione sui carburanti, per un totale finale di 72,84 cent per la benzina e 61,32 cent per il gasolio. Su queste imposte viene applicata anche l’IVA al 21%, che grava per circa 15 cent nel primo caso e 13 cent nel secondo.

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Tra di loro Alessandra Mussolini, l’ex sottosegretario Guido Crosetto, poi Ghedini, Milanese, Mussolini e la Brambilla.

Monti dovrebbe fare attenzione quando parla di consenso. Dall’estremo oriente il premier aveva infatti ammonito i partiti: “Io ho consenso, loro no”. Monti però forse dimentica che il suo “consenso” è strettamente legato ai numeri in Parlamento. Numeri che, stando alle ultime votazioni, diminuiscono di giorno in giorno. Il sito on line notapolitica.it ha fatto le pulci alla coalizione di Monti, scoprendo che esiste una piccola fronda interna al Pdl che non ha mai votato a favore dei provvedimenti messi ai voti dal governo. Nelle votazioni del 13, 15 e 22 marzo si nota un erosione dei sì a favore di Monti e company. I mancati consensi all’operato dei tecnici aumentano soprattutto nel Pdl. Se alla votazione del 13 marzo erano solo in 53, nelle successive votazioni (del 15 e del 22) erano rispettivamente 79 e 87. Un aumento verticale che dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per Monti. Sono 13 i deputati Pdl che non hanno mai votato sì. C’è chi vota no, chi si astieni, chi manca. Di seguito i loro nomi: Alessandra Mussolini, Guido Crosetto, Antonio Martino, Michela Vittoria Brambilla, Marco Airaghi, Valentina Aprea, Nicola Cosentino, Giovanni Dell’Elce, Niccolò Ghedini, Massimo Nicolucci, Alfonso Papa, Michele Traversa e Marco Milanese.

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Tra qualche giorno mi rimetterò in viaggio. Il 9 aprile inizio la tournée elettorale per sostenere le liste del MoVimento 5 Stelle che parteciperanno alle elezioni amministrative del 6 e 7 maggio. Ancora una volta in strada, ancora senza soldi, senza un solo euro di contributi pubblici. Raggiungerò decine di piazze in tutta Italia girando con un camper.
Qualcuno ne ha uno in buono stato da prestarmi? Segnalatemi le vostre disponibilità qui. Grazie!”

E’ questo l’incredibile annuncio che compare sul blog del comico.

Va bene essere “genovesi,” ma a tutto c’è un limite. Il comico ha bisogno di un camper. Le elezioni si avvicinano e Grillo deve andare in tournée per pubblicizzare il suo Movimento 5 Stelle. Niente di male, è la normale liturgia della politica. Per carità, il Movimento 5 Stelle non prende contributi statali, come sottolinea il guru e proprietario del marchio, ma l’avviso affisso sulla bacheca grillina è comunque curioso.

Grillo, alla faccia del bon ton, spalanca la bocca del cavallo prima ancora che gli sia donato. Mica vuole un camper qualunque. Una volta che si scrocca, tanto vale farlo bene… Sul blog c’è un form da compilare, come su un qualunque sito di compravendita di auto. Non vorrai mica rimanere a piedi nel bel mezzo della campagna elettorale? Sai che botta all’immagine del guru 2.0 se poi lo blocca un pistone rotto sulla Salerno Reggio-Calabria. Grillo, a scatola chiusa, non vuole nemmeno un prestito. Quindi bisogna comunicare chilometraggio, anno d’immatricolazione, cilindrata e magari anche qualche foto degli esterni e pure degli interni. Il guru non può mica dormire dentro un catorcio…

E qualcuno dei commentatori mette le mani avanti e precisa: “Mi raccomando però, non dategliene uno come quello della volta scorsa eh!!! (grazie lo stesso al “prestatore”, ma cadeva a pezzi!!) Per Beppe almeno un caravan motorhome come quello di Valentino Rossi. ^_^“.

Già, perché non è una novità. Anche l’anno scorso aveva chiesto, e ottenuto, dai suoi fidi seguaci un caravan per scopi elettorali.

Incredibile, ma vero.

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L’incredibile storia inizia a Taranto nell’agosto 2009: uno studente 18enne viene denunciato da un venditore ambulante per aver rubato un ovetto Kinder.

Un ovetto Kinder è diventato un incredibile casus belli giuridico. Agosto 2009, uno studente diciottenne passeggia a Montedarena, località balneare in provincia di Taranto.

A un certo punto si avvicina all’Ape di un ambulante che vende dolciumi e prende un ovetto Kinder. Il venditore lo denuncia per furto; dice di averlo visto mentre se lo metteva in tasca. Lui nega nel modo più assoluto: ammette di aver preso l’ovetto ma solo per mostrarlo al commerciante prima di pagarlo. Ne nasce un battibecco dai toni sempre più accesi che finisce dapprima nella caserma dei carabinieri, poi in tribunale. Per evitare grane imprevedibili l’avvocato del ragazzo tenta una transazione: l’ultima offerta – incredibilmente rifiutata – parla di 1.600 euro. Mille e seicento euro a fronte di un valore della (presunta) refurtiva di un euro e quattro centesimi. Niente da fare. L’ambulante non ne vuol sapere e va avanti. Vuole “lavare” in tribunale l’onta del furto e le ingiurie subite.

La vicenda si conclude dopo due anni e mezzo, con l’assoluzione del ragazzo, perché il fatto non sussiste. Pare sia stata determinante un’informativa dei carabinieri, in cui si legge che il ragazzo indossava dei jeans stretti, a vita bassa, quindi per lui sarebbe stato difficile, se non impossibile, nascondere in tasca l’ovetto.

Difficile fare un calcolo preciso, ma di sicuro per chiudere questa bizzarra vicenda, dal’atto di citazione fino alla sentenza, l’ovetto è costato migliaia di euro allo Stato italiano. E la procura non ha potuto esimersi dall’affrontare il caso, vista l’obbligatorietà dell’azione penale (c’era una denuncia circostanziata che non si poteva ignorare). Possibile tutto questo spreco – di soldi e di tempo – per un ovetto Kinder?

Oltre al danno la beffa: da quanto racconta il ragazzo, per questa pendenza si è visto respingere la domanda di arruolamento nella Marina militare. Vista nel suo complesso una vicenda tragicomica come questa fa riflettere: con una giustizia di questo tipo può, l’Italia, dirsi un Paese normale?

(ilgiornale.it)

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La commissione Ue nega l’immunità. Se l’aula confermerà la decisione sarà processato.

Diciamo la verità: se l’è cercata, con quel titolo, Luigi De Magistris. Ora davvero sarà un Assalto al pm quello che l’ex magistrato di Catanzaro dovrà respingere dopo la decisione della commissione giuridica del Parlamento europeo di negargli l’immunità parlamentare per una denuncia per diffamazione.

A volerlo alla sbarra oggi è Enza Bruno Bossio, imprenditrice calabrese e moglie del consigliere regionale Nicola Adamo, «cliente» di Giggino ’o flop ai tempi dell’inchiesta Why Not. Assolta in primo grado e in appello, ha deciso di passare alla «cassa» perché un passaggio del libro Assalto al pm, appunto, sarebbe lesivo della sua reputazione.

«Questo signore – aveva dichiarato la donna, annunciando l’azione legale – non solo si è preso la briga, in questi anni, di rovinarmi la vita, costruendo la bufala giudiziaria del secolo, ma ha continuato a perseguitarmi attraverso il suo libro, inventandosi ulteriori fatti inesistenti». Se l’aula dovesse confermare la decisione della commissione, per la prima volta l’ex europarlamentare De Magistris rischierebbe di finire sotto processo per diffamazione. E sarebbe solo l’esordio, a questo punto, visto che in pentola bollirebbero altri procedimenti contro di lui che potrebbero vederlo senza «protezione», senza contare quelli che seguirebbero a ruota. La linea di Bruxelles sul punto va particolarmente stretta a Giggino ’o scrittore: l’immunità si concede solo in relazione a quelle denunce riconducibili all’attività politica. In altre parole: se Giggino vuole pubblicare un libro parlando delle sue (fallimentari) inchieste da magistrato, può farlo. A suo rischio e pericolo, però. D’altronde, De Magistris non può proprio lamentarsi di com’è stato trattato finora da Bruxelles. Non può evocare complotti pluto-«euro»-massonici. Appena nel dicembre scorso, il Parlamento europeo gli ha confermato lo «scudo giudiziario» per una querela della società Bagnolifutura, accusata (senza prove) dall’allora deputato Ue, di sperpero di denaro pubblico e di commistioni con la criminalità. E, prima di allora, altre tre volte la toga d’assalto, che protestava contro il legittimo impedimento e che tutto impettito col ditino ammonitore tuonava che dalle accuse ci si difende in tribunale, si è nascosta dietro la bandiera dell’Ue. Un modo sicuro e indolore per sfuggire ai suoi ormai ex colleghi. Eppure, non è che mancassero di farglielo notare questo doppiopesismo, pure dalla sua parte politica. Prima il deputato del Pd Eugenio Mazzarella, che lo bacchettava: «Delle due l’una: o non ha fiducia nella magistratura giudicante o non ha fiducia nella fondatezza di quello che ha detto. In entrambi i casi non ci fa una bella figura». E poi, addirittura, l’ex amico Beppe Grillo, che sparò a palle incatenate: «Mastella da Ceppaloni ha presentato al tribunale di Benevento un atto di citazione contro De Magistris per diffamazione». E Giggino cuor di leone che ha fatto? «Per chiunque sarebbe una medaglia al valore una denuncia da parte del ceppalonico con la possibilità di inchiodarlo in tribunale, ma non per De Magistris che ha richiesto alla presidenza dell’assemblea Ue di far valere la sua immunità parlamentare». La pacchia è finita. Avanti il prossimo.

(ilgiornale.it)

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Il 27 e 28 marzo del 1994 si tennero le prime elezioni vinte da Silvio Berlusconi. La sua coalizione di centro-destra (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord, Ccd e Udc) riuscì ad avere la meglio sulla “gioiosa macchina da guerra” guidata  da Achille Occhetto. Berlusconi sarebbe diventato presidente del Consiglio del suo primo governo, durato dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995. Cominciò da qui l’avventura politica di Silvio Berlusconi.

Guarda il video della discesa in campo.

 

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Finora il dieci per cento dei soldi destinati alla ricerca veniva gestito con un metodo virtuoso: la “peer review” con cui i progetti dei giovani scienziati venivano valutati separatamente “tra pari”, non dalle commissioni ministeriali ma da un comitato misto di italiani e stranieri sempre sotto i 40 anni. Ora però nel decreto Semplificazioni c’è una norma che prevede l’abolizione del sistema. E il partito democratico, tranne Ignazio Marino e Marilena Adamo, ha bocciato la proposta di revisione.

Il dieci per cento dei fondi nazionali destinati alla ricerca fino a ieri finivano nelle tasche dei giovani ricercatori con un metodo diffusissimo nei paesi anglosassoni: la peer review. La regola, introdotta nel 2007 dal governo Prodi, grazie all’impegno congiunto del premio nobel Rita Levi Montalcini e il senatore Ignazio Marino, stabiliva che i progetti dei giovani scienziati sotto i 40 anni venissero valutati separatamente “tra pari”, non dalle commissioni ministeriali ma da un comitato formato per metà da ricercatori italiani e metà stranieri sempre sotto i 40 anni. Una novità assoluta per il panorama italiano, che ha permesso di assegnare oltre cento finanziamenti da mezzo milione di euro. Ma in futuro non ci sarà più.

Perché nel decreto Semplificazioni c’è una norma che prevede l’abolizione del sistema. Secondo il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, il meccanismo andava ripensato per le difficoltà di formare le commissioni, soprattutto con membri stranieri. “Nessuna difficoltà – spiega Anna Ipata, ricercatrice alla Columbia University di New York e revisore lo scorso anno per i fondi del ministero della Salute – secondo me, e tutte le persone arrivate dall’estero come me con cui ho avuto occasione di parlare, era davvero l’occasione per migliorare l’assegnazione dei fondi, basandosi finalmente sui criteri come quelli usati anche qui negli Stati Uniti. Abbiamo lavorato giorno e notte. Tra l’altro, per risparmiare soldi, era stato deciso che da quest’anno la revisione sarebbe avvenuta direttamente in video conferenza dai paesi dove lavoriamo. Davvero non capisco come sia possibile che si faccia di nuovo un passo indietro”. Non lo sapeva nemmeno il ministro per la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, come la norma per la cancellazione fosse finita lì, ma si era impegnato ad approfondire l’argomento.

Eppure ieri è stato lo stesso Pd a bocciare la proposta di revisione, condivisa anche dal Pdl, in Commissione Affari costituzionali al Senato. Marino e Montalcini avevano presentato infatti un emendamento che abrogava l’articolo del decreto, facendo così rivivere la loro norma. Ma in Commissione è intervenuto il ministro dell’Istruzione e dell’Università, Francesco Profumo, che ha espresso la contrarietà del governo. L’emendamento è così stato bocciato per 9 voti a 7. Paradossalmente contro l’emendamento di Marino ha votato il Pd (tranne Marilena Adamo e lo stesso Marino), a favore la Lega, il Pdl e Idv.

Profumo, trincerandosi dietro la difficoltà di reclutare i reviewers all’estero – lasciando quindi intuire da dove venisse una proposta di abolizione – ha preannunciato un disegno di legge del governo, “di pochi articoli”, che riproporrà una norma simile ma più applicabile. In realtà i revisori venivano reclutati grazie ad associazioni di scienziati italiani all’estero come l’Issnaf, le valutazioni fatte prima online, poi scelti 15 reviewers per ogni disciplina che in una “study session” stilavano una classifica dei circa 1500 progetti rimasti in corsa. Ora, ha spiegato Marino, “i fondi torneranno ad essere gestiti dai ‘ baroni’ e dai burocrati del ministero”.

Per i parlamentari del Pdl Giuseppe Ferruccio Saro, Nitto Palma, Carlo Sarro e il senatore Maurizio Saia di Coesione nazionale “sono state tradite le aspettative dei giovani ricercatori. La condivisione dell’emendamento Marino sul ripristino di una quota di finanziamenti riservata ai progetti di giovani ricercatori era una decisione coerente anche con la salvaguardia dei principi della riforma universitaria voluta dal ministro Moratti, improntata ai principi di trasparenza e di effettiva valorizzazione del merito. Ci auguriamo – hanno concluso i senatori – che in questa fu-tura occasione il Pd assuma una linea davvero coerente con la tanto proclamata volontà di sostenere i giovani nel mondo della ricerca scientifica ed universitaria”. Pd e Profumo permettendo.

(ilfattoquotidiano.it)

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Interrogatorio fiume dell’ex tesoriere del partito con i magistrati di Roma: “Abbiamo parlato solo di conti”. All’ingresso si era giustificato: “Le spese? Qualcuno deve aver utilizzato la mia carta di credito”.

“I vertici della Margherita sapevano”. Lo ha detto ai pm di Roma che lo hanno interrogato per sei ore l’ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi. I magistrati lo hanno interrogato sulle appropriazioni di denaro del senatore dalle casse del partito. La Procura indaga in particolare sull’appropriazione indebita di almeno 20 milioni di euro dalle casse della Margherita di cui il parlamentare è stato tesoriere. L’interrogatorio si è tenuto nell’ufficio del procuratore aggiunto Alberto Caperna alla presenza del procuratore capo Giuseppe Pignatone, al suo primo interrogatorio da quando si è insediato a Roma, e del sostituto Stefano Pesci. Lusi è indagato per appropriazione indebita e per concorso in intestazione fittizia di beni.

“Si è parlato di conti, solo di conti. Ho risposto a tutte le domande dei pm” si è limitato a dire l’ex tesoriere del partito di Rutelli al termine del lungo interrogatorio. Alla domanda se vi sono state fatte nuove contestazioni il parlamentare ha risposto: “Chiedete ai pm, io ho chiarito tutto”. L’avvocato dell’ex tesoriere Luca Petrucci ha dichiarato che nel corso dell’atto “è stato definito tutto il quadro” e che Lusi è “sollevato e sereno”. “Siamo soddisfatti dell’interrogatorio – ha aggiunto Petrucci – di più non possiamo dire perché l’atto è stato secretato dai magistrati”.

In precedenza, rispondendo ai giornalisti all’ingresso in Procura, Lusi aveva rilasciato solo alcune battute sulla pubblicazione delle sue note spesa: “Si vede che qualcuno ha usato la mia carta di credito”. Lusi, inoltre, ha risposto “sì” alla domanda se l’intervista mandata in onda dal programma Servizio Pubblico era stata fatta a sua insaputa ed ha escluso di essere stato lui a fornire una documentazione, riguardante finanziamenti ad altri soggetti, al settimanale L’Espresso.

(ilfattoquotidiano.it)

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Michele Santoro interviene al convegno sulla Rai a Roma organizzato dall’Idv e propone: “Mi candido: voglio fare un ticket con Carlo Freccero, lui come presidente e io come direttore generale della Rai, e sfideremo la commissione parlamentare di vigilanza presentando i nostri curricula”. Poi aggiunge: “Sono contento di essere di fronte a quello che considero un governo di centrodestra fatto di persone per bene, per me sarebbe l’interlocutore ideale, ma da parte del governo Monti una vedo una comprensione dell’industria culturale per lo sviluppo del Paese. Forse – continua – si dovrebbero far spiegare l’importanza del ruolo della televisione dal governo precedente e dovrebbero magari nominare Berlusconi – ha aggiunto con una provocazione – ministro della televisione”.

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Non è per spaventarvi, ma è meglio non premere mai: invio. Nemmeno se vi ha giurato amore eterno e in cambio chiede soltanto una pudica foto in bikini. Nemmeno se avete fatto la dieta Dukan e morite dalla voglia di mostrare a qualcuno i risultati. Ci sarà sempre, poi, uno stronzetto rancoroso in cerca di vendetta che conserva nel telefono quelle foto non santarelline. Il disamore al tempo degli smartphone è pericoloso, e da Mark Zuckerberg in giù c’è tutto un mondo di uomini che odiano le donne (almeno da quando sono stati mollati, traditi, ignorati), che non si accontenta più di inoltrare quelle immagini agli amici, come si fa sempre, ma sceglie, meschinamente, lo sputtanamento globale.

Mark Zuckerberg si era inventato in una notte un pre Facebook, Facemash, in cui metteva a confronto le foto delle ragazze di Harvard, e gli utenti votavano la più bella. Hunter Moore, altro ventenne disfunzionale, ha creato una cosa molto più crudele, Is Anyone Up?, una specie di vendetta porno, in cui i fidanzati mollati, traditi o semplicemente annoiati mandano le foto nude delle ex, con nome e cognome. Foto casalinghe, anche molto brutte, scattate in bagno, allo specchio, a letto: si intravedono i poster, gli orsetti di peluche, i pantaloni buttati per terra, lo spazzolino da denti. Tutto catalogato, con possibilità di cercare in archivio. Hunter Moore è così cattivo che, a scanso di crisi d’identità, sopra le foto mai più segrete mette il profilo Facebook, Linkedin, Twitter o altro della ragazza in questione, e un commento dell’anonimo vendicatore (di solito: quella gran eccetera, oppure: dopo cinque minuti mi aveva già mandato queste immagini, e ha anche un marito. Se lo merita. Per favore mandatemi la maglietta, grazie, siete grandi).

Dopo un anno, trecentomila visitatori unici al giorno, sostiene Moore, che è circondato da avvocati e dice di divertirsi nel rovinare la vita alla gente. “E’ come sezionare cadaveri, all’inizio è strano, ma se lo fai ogni giorno della tua vita, quelle foto diventano solo un altro cadavere”. Duecentocinquanta storie al giorno, corredate da foto di ragazze spavalde, che la maggior parte delle volte poi piangono e si cancellano da Facebook. Un paio di vittime hanno aspettato Hunter Moore e lo hanno pestato a sangue (ci si augura che siano stati pestati a sangue anche gli anonimi rancorosi che hanno mandato le foto), tutte le altre non hanno il coraggio di querelarlo per non mettersi ulteriormente in mostra (in certi casi, più di così è difficile). “E comunque ci vogliono cinquantamila dollari per portarmi in tribunale, le persone che lavorano da Starbucks non fanno tutti questi soldi”.

Le intenzioni sono cattive, ma il messaggio è chiaro: non esistono segreti, e nemmeno una Guantanamo con tute arancioni per i pettegoli che violano il patto di fiducia. Tutto quello che sta dentro un telefonino può, all’improvviso, stare su un sito per psicopatici o su uno schermo gigante davanti a casa della vostra anziana madre, o del vostro capo. I diari con il lucchetto, i cassetti chiusi a chiave sono estinti, superati da cartelline nascoste dentro lo smartphone. E possono succedere cose molto strane, quando si smette di avere segreti: “All’inizio ero devastata – ha detto una ventenne svelata dal sito – leggevo commenti di insulti sotto le mie foto, ma poi ho ricevuto talmente tante attenzioni, ho conosciuto così tanta gente che adesso mi sento una piccola celebrità”.

Post scriptum: 

Il sito Is Anyone Up  in cui i fidanzati potevano vendicarsi dei torti subiti pubblicando le immagini piccanti dei partner, ha chiuso. La piattaforma, ideata da Hunter Moore, era una delle più cliccate dell’ultimo periodo e aveva raggiunto picchi di 300mila visitatori giornalieri. Il meccanismo era semplice: in maniera anonima gli amanti abbandonati potevano mandare al gestore le immagini (anche ai confini del porno), scrivendo nome, cognome, età o profilo Facebook dell’ex.

Avvocati e grandi compagnie avevano già provato inutilmente a censurare il sito, che spesso pubblicava immagini di ragazze e ragazzi minorenni: «Milioni di uomini e donne sono grati al mio sito», si difendeva l’ideatore. Che ora, però, sarebbe stanco di avere a che fare con proteste e denunce legali.

Cercando “Is Anyone Up?” si viene reindirizzati su Bullville.com, che riporta in prima pagina una lettera di scuse di Hunter Moore, ora deciso «a impegnarsi nel sociale». 

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